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#66 – Basket, cultura, lifestyle: qui trovi New York, gli sponsor in NBA e un nuovo playground di provincia
Ciao, i New York Knicks sono campioni NBA e non succedeva da 53 anni. Per darti un’idea di quanto tempo sia passato, all’epoca il presidente degli Stati Uniti era Richard Nixon e aveva il suo bel daffare con il Watergate.
Sono Francesco Mecucci e sei sul numero 66 di Galis, la newsletter di Never Ending Season, progetto in cui ti racconto il basket come cultura e stile di vita.
Nella scorsa uscita - se non l’hai letta, recuperala qui - ho parlato degli LBA Awards vinti da Aquila Basket Trento per i suoi progetti marketing e digital e di Victor Wembanyama, che non aveva ancora perso le Finals.
Oggi, invece, la scena principale è, giustamente, per New York. Proverò a descriverti cosa significa davvero un titolo NBA nella Grande Mela, perché è qualcosa che va oltre i vip a bordo campo e la parata trionfale con milioni di persone.
A seguire, ti aggiungo qualche dato tratto da uno studio sulle sponsorizzazioni in NBA e ti mostro un nuovo playground nella provincia italiana.
Prima di iniziare, due cose al volo.
La prima: benvenuti a tutti i nuovi iscritti, siete tanti, grazie!
La seconda: a inizio giugno ho seguito a Roma le finali scudetto Under 19, vinte dal Derthona, qui trovi un mio reel. Nel programma c’era anche un clinic di Luca Banchi e Zeljko Obradovic: è stato interessantissimo anche per chi non è allenatore.
Ora è il momento di raggiungere la città che non dorme mai!
La rivincita di New York
L’impressione è che, sia a New York sia nel mondo del basket, ci si renderà conto soltanto tra qualche anno della portata dell’impresa realizzata dai Knicks. Siamo nel 2026: gli altri due titoli NBA della franchigia risalivano al 1970 e al 1973.
L’8 maggio 1970, in Gara 7 delle Finals contro i Lakers al Madison Square Garden, avvenne uno degli episodi più “newyorkesi” che si possano immaginare. Willis Reed, carismatico centro e capitano dei blu-arancio, divenne l’unico giocatore passato alla storia per aver segnato i primi canestri di una partita, e non gli ultimi.
Reed è infortunato a una gamba. La sua presenza è in dubbio fino all’ultimo, ma vuole esserci a tutti i costi. Il Garden è già stracolmo ma lui non si vede. All’improvviso, esce fuori dal tunnel per il riscaldamento. Il pubblico esplode in un boato. È come se, in un istante, tutta la tensione accumulata nelle settimane precedenti si sciogliesse.
Parte titolare e, seppur limitatissimo nei movimenti, riesce a realizzare i primi due canestri della partita. Non segnerà più, ma quei quattro punti sono sufficienti a infondere alla squadra la fiducia necessaria per travolgere i Lakers ed essere campione per la prima volta. A New York, ancora oggi, sono ricordati più dei 36 di Walt Frazier.
Il tap-in di OG Anunoby che completa l’incredibile rimonta di Gara 4 contro i San Antonio Spurs vale il gesto di Reed. Le prestazioni di Jalen Brunson hanno ricordato quelle di Frazier. Mike Brown è Red Holzman, il coach che, oltre mezzo secolo fa, convinse tutti che il talento, da solo, non basta senza una squadra.
Se parliamo di basket, tutto è epica a New York. La “capitale del mondo” offrirà pure migliaia di alternative, ma il suo cuore batte all’unisono con il pallone che rimbalza sul parquet del Garden, in una palestra scolastica o sull’asfalto dei playground disseminati nei cinque boroughs. Ed è capace di esaltarsi per chi dà il massimo e mostra il carattere giusto per affermarsi nella metropoli più esigente che ci sia.
Non è un caso che uno dei momenti simbolo dei lunghi anni di delusioni, e della continua ricerca di nuovi eroi, sia la Linsanity, il breve periodo di sfrenato entusiasmo scatenato nel 2012 dalle inattese prestazioni di una riserva, Jeremy Lin, una specie di “nerd” di origini taiwanesi laureato a Harvard, che seppe sfruttare la sua occasione.
New York possiede probabilmente il pubblico e i media più competenti ma anche spietati che ci siano. La pressione è enorme e forse soltanto lì un giocatore normalissimo avrebbe potuto generare un hype di simili proporzioni, nonostante fosse destinato a svanire nel giro di poche settimane.
C’è un libro su New York che è un testo fondamentale della letteratura di basket: The City Game di Pete Axthelm. Non è recente: pubblicato proprio nel 1970, l’anno del primo titolo dei Knicks, venne tradotto in italiano nel 2001 da Libreria dello Sport. Seguendo la stagione 1969-70 della squadra, Axthelm racconta in parallelo la pallacanestro come anima della città. Non solo la NBA, ma soprattutto la scena dei playground dell’epoca e i suoi mitici personaggi, come Earl “Goat” Manigault.
Il titolo del libro ha un doppio significato. “The City” è certamente New York, la metropoli per eccellenza, ma indica anche la città come habitat naturale del basket, lo sport urbano dove “i suoi campi di battaglia sono strisce di asfalto tra cancellate metalliche e brandelli e palazzi in rovina, i suoi ritmi quelli di un rimbalzo irregolare di un pallone contro il terreno duro”.
Rucker Park, ad Harlem, è il campetto più famoso, ma ne esistono in ogni quartiere. Se l’epoca delle grandi leggende dello streetball sembra ormai appartenere al passato - a proposito, ti consiglio altri due testi: Gli dei dell’asfalto di Vincent M. Mallozzi e Lost Souls di Christian Giordano - i playground continuano a rappresentare luoghi di incontro, riscatto e abbattimento di barriere sociali e culturali, dove non ha importanza chi sei o da dove vieni, ma solo quello che sai fare in campo.
Tornando alla NBA, forse nessuno meritava di vivere la gioia del titolo più di Spike Lee, il regista che, come scriveva anni fa Dario Costa su L’Ultimo Uomo, rappresenta “l’archetipo del tifoso dei Knicks: ostinato ma umorale, incline a picchi di entusiasmo che inesorabilmente sfociano in altrettanti momenti di cupo sconforto, estremamente passionale. L’audacia non difetta, perché nonostante le tante e rovinose stagioni la convinzione radicata nell’appassionato newyorkese è che la vittoria sia un approdo inevitabile”.
Con la sua colorata presenza a bordo campo, Spike Lee è parte dell’immaginario dei Knicks quanto il Garden stesso. Nei suoi film, dall’esordio di Lola Darling (She’s Gotta Have It) nel 1986 fino all’emblematico He Got Game nel 1998, ha inserito innumerevoli richiami alla pallacanestro, mettendola in evidenza come uno degli elementi più autentici dell’identità newyorkese e raccontando il legame viscerale con questo sport e con una città ostinata, capace di rialzarsi dopo una caduta e di mostrare in ogni momento il proprio orgoglio, debolezze e difetti inclusi.
Il titolo NBA del 2026 è certamente il trionfo e la ricompensa attesa da oltre mezzo secolo da una città che con il basket ha costruito una parte rilevante del proprio stile di vita. Lo dimostrano l’euforia collettiva che ne ha pervaso ogni angolo, ma anche la naturalezza con cui New York, il giorno dopo, è tornata a essere se stessa, quella di sempre: frenetica, dura, multiforme, affascinante.
Permettimi un’ultima considerazione, del tutto personale, da amante delle grandi città: la vittoria del campionato e le milioni di persone scese in strada a festeggiare, mi piace vederle come la rivincita non solo di New York, ma di tutte le metropoli che negli ultimi anni sono state dipinte come il male assoluto, in contrapposizione a un rassicurante (a seconda dei punti di vista…) ideale di “vita lenta”.
Be’, ti dico: lenti andateci voi. Io, nato e cresciuto in provincia, preferisco New York.
Gli sponsor in NBA
Il 2025-26 NBA Sponsorship Intelligence Report, realizzato dalla piattaforma specializzata SponsorUnited, è un interessante studio sulle sponsorizzazioni delle squadre NBA e delinea il quadro relativo alla stagione da poco conclusa.
Premessa essenziale (e molto sintetica): le singole sponsorizzazioni di ogni franchigia non confluiscono nel totale dei ricavi della NBA, cioè quelli che poi vengono redistribuiti tra tutte in parti uguali, ma sono negoziate in autonomia dalla franchigia. Esiste, in ogni caso, un fondo comune al quale i club commercialmente più forti sono obbligati a “devolverne” una parte.
Quali sono, dunque, le principali sponsorizzazioni delle squadre? La jersey patch (il rettangolino introdotto dal 2017 sulla divisa), i naming rights dell’arena (quando spettano al club), gli spazi sul parquet, le partnership locali, l’attività hospitality.
Invece, i ricavi centralizzati - quali luxury tax, contratti tv nazionali, accordi di sponsorizzazione della NBA con partner globali, entrate dell’All-Star Weekend - alimentano il cosiddetto Basketball Related Income (BRI), cioè l’insieme dei proventi che costituisce la base economica della lega e sul quale si basa anche il calcolo del salary cap, e sono condivisi tra le attuali 30 franchigie.
L’NBA Sponsorship Intelligence Report analizza le sponsorizzazioni delle franchigie, la cui somma per la stagione 2025-26 ha raggiunto quota 1,8 miliardi di dollari, con un aumento del +11,1% rispetto all’annata precedente e superiore rispetto alla differenza tra 2023-24 e 2024-25 (+9%). Un trend che conferma come il valore commerciale della lega continui a salire, nonostante il rallentamento del numero di nuovi accordi.
Il report evidenzia infatti che il totale dei contratti di sponsorizzazione è arrivato a 2.452, maggiore rispetto ai 2.401 del 2024-25 e ai 2.299 del 2023-24. Un incremento comunque contenuto nell’ultimo anno, mentre il valore economico delle partnership cresce in misura più marcata. Questo significa che tale mercato si espande più in profondità che in ampiezza e che le aziende stanno diversificando sempre di più la propria presenza presso le squadre NBA.
SponsorUnited suggerisce che la vera leva di crescita non sia tanto la quantità degli accordi bensì il loro valore medio (attualmente 731.000 dollari): il prezzo delle sponsorizzazioni è sempre più alto, segnale di una domanda crescente da parte dei brand interessati ad associare il proprio marchio alle varie franchigie NBA (ad oggi 1.661 brand, 35 in più dell’anno scorso).
Le franchigie che hanno incrementato di più i ricavi dalle sponsorizzazioni sono Atlanta Hawks, Brooklyn Nets e Los Angeles Clippers grazie alle nuove patch sulla maglia, Phoenix Suns per i nuovi naming rights dell’arena, mentre su Cleveland Cavaliers (primi nella quantità di accordi con 103), Detroit Pistons, Los Angeles Lakers, New York Knicks e San Antonio Spurs ha influito il miglioramento dei risultati sportivi.
I brand che più investono in veste di sponsor delle squadre NBA appartengono principalmente al settore finanziario (318 milioni di dollari), seguiti da quelli di tecnologia, automotive, sanità privata e bevande. Il marchio che spende di più è Rakuten, colosso giapponese di e-commerce e streaming, partner dei Golden State Warriors. L’atleta che ha il maggior numero di sponsor individuali (35) è... Jared McCain, giocatore di complemento degli Oklahoma City Thunder.
Se vuoi curiosare tra tutti i dati del report di SponsorUnited, lo trovi qui.
Playground vista Duomo
No, non quello di Milano, ma quello di Viterbo, nel nord del Lazio. Che, per inciso, è la mia città natale.
Perché questo passaggio repentino dalla NBA alla provincia italiana? Perché pochi giorni fa è stato inaugurato un playground bellissimo, che rappresenta un connubio tra sport, natura, cultura e riqualificazione urbana.
L’area in questione si trova all’interno di un parco panoramico lungo un tratto delle mura medioevali che cingono il centro storico di Viterbo. Sullo sfondo del nuovo campetto, il Duomo di San Lorenzo.
Lì vicino, anche se nella foto qui sotto non si vede, c’è il Palazzo dei Papi, il più importante monumento cittadino. In quel luogo dal 1268 al 1271 si svolse il conclave più lungo della storia della Chiesa, durato 1006 giorni: se avete seguito l’elezione del Papa, l’anno scorso, forse ne avete sentito parlare.
L’area è composta da un campo da basket a due canestri, una metà campo con canestro singolo, un campo da calcetto e un’area giochi per bambini. Ci sono poi un parcheggio per auto e camper, panchine, fontanelle, cestini per la raccolta differenziata e telecamere di sorveglianza.
Fino ad oggi Viterbo, quasi 70.000 abitanti e capoluogo di una provincia di oltre 300.000, aveva un solo playground pubblico per la pallacanestro, tra l’altro situato in una frazione. Tutti gli altri appartengono a parrocchie e scuole e non sono sempre accessibili.
A impegnarsi in prima persona per dotare la città di un impianto in cui poter giocare liberamente a basket all’aperto, è stato l’assessore allo sport e alla qualità degli spazi urbani del Comune di Viterbo. Si chiama Emanuele Aronne, di professione architetto, ed è un ex arbitro di Serie A e internazionale.
Quando si promuove lo sport e si realizzano luoghi ad esso dedicati, è sempre una buona notizia, che succeda a Roma, a Milano o nel più sperduto dei paesini. Luoghi che vanno curati e resi sempre vivi dalle comunità locali, come antidoto a ogni comportamento vandalico e menefreghista.
Shootaround - Consigli di lettura, ascolto, visione, condivisione
Visto che si è parlato dei New York Knicks e di Spike Lee, Il Post spiega qui questo rapporto particolare.
Sempre i Knicks tra cinema, musica e serie tv: Mauro Bevacqua su Sky Sport Insider ci fa vedere perché tutti li amano. (solo abbonati)
LeBron James è stato nominato da Time “Atleta del secolo” per il modo in cui ha ridefinito il concetto di atleta moderno, tra risultati in campo, business, comunicazione, impegno sociale: qui l’articolo di Sean Gregory. (in inglese)
A proposito di LeBron, cosa fanno oggi, dieci anni dopo, i campioni NBA 2016 dei Cleveland Cavaliers? Lo svelano Brian Windhorst e Dave McMenamin di ESPN. (in inglese)
La nuova identità visiva degli Houston Rockets. E quella dei Minnesota Timberwolves.
Proseguiamo con una serie di video interviste e speciali da non perdere:
Niccolò Mannion ospite di Alessia Tarquinio.
Andrea Bargnani si racconta a La Giornata Tipo.
Ancora La Giornata Tipo con Quinn Ellis.
Ettore Messina a New York per l’evento When Basketball Meets Business: lo speciale di Sky Sport.
Mario Fioretti, coach del Derthona, intervistato da Simone Mazzola di Backdoor Podcast.
Lo stesso ha parlato anche con l’agente Riccardo Sbezzi di cosa succede tra il basket italiano e la NCAA.
Caserta è tornata in Serie A2 e questi sono i suoi tifosi.
Il playground nel quartiere Ballarò a Palermo.
La storia di Nate Ament, scelto al Draft NBA dai Milwaukee Bucks: c’entra pure l’Italia. Ci dice qualcosa di lui Riccardo Pratesi su La Gazzetta dello Sport.
Andrea Lamperti ha intervistato per L’Ultimo Uomo Michele Antonutti, oggi ambassador di APU Udine e di Turismo Friuli-Venezia Giulia.
Ivana Dojkic della Reyer Venezia racconta la sua storia a The Owl Post.
Le ultime interviste di Basketball NCAA a italiane e italiani che scelgono il college:
Vittoria Blasigh, di Isabella Agostinelli.
Emma D’Este, sempre di Isabella Agostinelli.
Alessio Calamita, di Paolo Mutarelli.
Eleonora Villa, sempre di Paolo Mutarelli.
Andscape ricorda Len Bias a quarant’anni dalla morte: qui il pezzo di Justin Tinsley. (in inglese)
Di nuovo su Andscape, Ian Stonebrook ci spiega perché l’accordo tra Steph Curry e il brand Li-Ning è importante. (in inglese)
L’evoluzione del logo di Erreà, brand italiano ben presente nel basket.
E per finire, il documentario di Davide Spina sul Torneo Giardini Margherita di Bologna.
Off The Ball
Tre contenuti interessanti extra basket.
Che fine fanno gli articoli di un giornale online quando chiude? Risponde Il Post.
Curaçao ha partecipato ai Mondiali di calcio: Arthur Renard racconta su Rivista Undici come è stato possibile.
138 consigli di comunicazione, marketing e business tratti da 46 interviste a imprenditori, imprenditrici, manager, giornalisti, giornaliste per il podcast Oltre il titolo: li ha selezionati Jessica Malfatto, fondatrice di Disclosers, agenzia di PR e media relations, nella newsletter Dentro (e oltre) il brand.
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