EuroNBA
#61 – Basket, cultura, lifestyle: qui trovi la NBA in Europa, una cosa di Stranger Things e lo Shootaround
Ciao, l’allenatore del Parma, il trentenne Carlos Cuesta, ha detto che il suo modello non è un collega del calcio, ma Phil Jackson: grande!
Sono Francesco Mecucci e sei sul numero 61 di Galis, la newsletter di Never Ending Season, progetto in cui ti racconto il basket come cultura e stile di vita.
Nella scorsa uscita - se l’hai persa, recuperala qui - ho festeggiato il sessantesimo numero e i cinque anni di questa pubblicazione con la “lista per chi vive di basket”: una selezione di 60 cose, idee, spunti random che rappresentano connessioni tra questo sport, la società contemporanea e il mondo che ci circonda.
La lista, inoltre, è stata integralmente pubblicata nel Domenicale di BasketVision, la newsletter diretta dallo storico giornalista Enrico Campana, con tanto di cover e titolo ad hoc - Domeni-Galis, fantastico - e approfondimenti a cura di alcune delle sue firme. Che dire, grazie a tutto il team!
Se ti interessa riceverlo, scrivimi in privato.
Di cosa ti parlo oggi? Non ho potuto esimermi dal dire la mia sull’hype di questo periodo: l’arrivo della NBA in Europa. Perché è un discorso che va ben oltre la pallacanestro giocata.
In coda, come sempre, trovi lo Shootaround con i migliori contenuti di basket del mese, insieme alla mini rubrica Off The Ball.
E adesso guarda cosa sono andato a ripescare…
Collisione
Shaq e Kobe arrivano al Marconi: il jet dei Lakers, con letti adeguati e cibo da gourmet, rende meno duro il viaggio. Vanno al Baglioni, saccheggiano i negozi di moda, mangiano in qualche fast food e si presentano a MegaCasalecchio, 18 mila spettatori, per una gara della stagione regolare NBA. Finita la doccia, il pullman li riporta sotto la pancia dell’aereo: partono per Barcellona, seconda tappa del giro nella European Division. La mattina tocca ai bolognesi: New York, New Jersey, Philadelphia e Boston le avversarie della settimana. È dura la vita nella NBA del 2010.
Sbalordito, vero?
Hai appena letto l’incipit di un articolo apparso su La Gazzetta dello Sport ventiquattro anni fa, il 14 febbraio 2002. L’autore, Luca Chiabotti, introduceva con toni utopistici la possibilità di uno sbarco della NBA in Europa nel giro di qualche anno. Non si trattava tanto di un esercizio di fantasia, quanto di una riflessione sulle parole che l’allora commissioner David Stern aveva pronunciato durante l’All-Star Game.
Il pezzo della Rosea analizzava, tra l’altro, le distanze siderali tra le città della NBA e quelle di un’Eurolega che, all’epoca, annoverava piazze come Perm in Russia. Ma anche gli scomparsi London Towers, le due bolognesi e la Scavolini Pesaro. E si soffermava sulla capienza media delle arene a quei tempi: 5.000 spettatori. Insomma, un altro pianeta: se sei un nostalgico, hai già le lacrime agli occhi. Tuttavia non è su questo che mi voglio soffermare, bensì su una possibile, epocale collisione.
Stern, l’uomo incrollabile che ha portato la NBA nell’era contemporanea rendendola un business di successo, individuava tre possibili strade per una conquista del Vecchio Continente, cioè “creare una lega satellite in Europa, dare il suo marchio collaborando con una realtà già esistente o, appunto, impiantare delle franchigie nel nostro continente”. La situazione odierna fa pensare che la profezia del visionario Stern, scomparso sei anni fa (pochi giorni prima di Kobe Bryant), si stia in qualche modo avverando in tutti e tre gli scenari ipotizzati.
Quasi un quarto di secolo dopo, in un mondo che dalle connessioni 56k è balzato all’intelligenza artificiale, la buzzword del momento è NBA Europe. La lega più importante del mondo sta lavorando all’organizzazione di un campionato in Europa in partnership con la FIBA, cerca l’appoggio di storici club e al contempo prova ad affiancarli a nuove franchigie. Praticamente una sintesi perfetta delle parole del commissioner del 2002.
Nonostante l’AI, i vecchi meccanismi della SEO e del clickbait sono ancora vivi e vegeti: per intercettare Google, in presenza di una notizia trendy, siti e testate continuano a pubblicare più news possibili sull’argomento, spesso ripetitive e inconcludenti, riportando qualsiasi sospiro che contenga la parola chiave e senza curarsi di dare il contesto. Quando invece, nella confusione mediatica di oggi, dare il contesto dovrebbe essere l’unica scelta plausibile.
Sicuramente ci sono concreti lavori in corso, sui quali abbiamo alcune anticipazioni e interpretazioni giornalistiche credibili. Te ne suggerisco un paio:
il servizio di Davide Chinellato per La Gazzetta dello Sport, in seguito al meeting di Londra del 19 gennaio;
l’approfondimento di Marco Scurati nella newsletter Sporterz, che offre un’ottima analisi sul modus operandi della NBA.
Per il resto, però, qui su Galis mi limito a riepilogarti il quadro concreto e ad aggiungere qualche mio parere, non invasivo e assolutamente opinabile.
NBA Europe, o come si chiamerà, dovrebbe debuttare nella stagione 2027-28, quindi tra poco più di un anno e mezzo. Sarà una lega in affiancamento ai campionati nazionali, con 16 squadre, di cui 12 franchigie fisse (club esistenti o creati ex novo, anche in seno a grandi società di calcio) e 4 qualificate ogni anno, che giocheranno con regolamento FIBA.
La NBA ha individuato le città che potrebbero essere sede fissa: Londra, Manchester, Parigi, Lione, Madrid, Barcellona, Roma, Milano, Berlino, Monaco di Baviera, Atene, Istanbul. Si ipotizza un investimento iniziale di almeno 500 milioni di dollari a franchigia: il commissioner Adam Silver ha già avvertito che l’investimento è a lungo termine e, come avvenne per la WNBA, nei primi tempi potrebbero esserci difficoltà.
Si tratta di una partita che finora si sta disputando tutta fuori dal campo. Mentre si susseguono incontri e contatti tra management di leghe e club, investitori e attori coinvolti, si delinea una collisione tra due sistemi organizzativi e, più in profondità, due modi molto diversi di vivere il basket e lo sport professionistico. Il modello americano è sempre stato visto come qualcosa di impossibile da trapiantare nel contesto europeo, considerate le enormi differenze in fatto di giovanili, arene, rapporti con città e territori, meccanismi come draft e salary cap, fino alle abitudini di fare il tifo e allo stile di pallacanestro in campo.
Ma la NBA sa fare bene i suoi calcoli e, come puoi intuire già dall’ormai vecchissimo articolo della Gazzetta, ormai da vari decenni pensa global: partite di preseason e regular season negli altri continenti, uffici nelle maggiori città, focus sui principali mercati e, soprattutto, strategie di adattamento ad essi. Inoltre, in tutti i continenti sta investendo sullo sviluppo del basket nelle comunità locali, è attiva in piazze prive di grosse tradizioni cestistiche ma strategiche come Londra, Parigi e Berlino, e lavora alla base (pensa al programma Jr. NBA, intensificato anche in Italia) per garantire solidi appoggi a un futuro che non appaia calato dall’alto. In breve: prepara il terreno.
Lo ha fatto e lo sta facendo con la BAL in Africa, seppur in un continente sostanzialmente vergine. Sbarcare in Europa, invece, significa intervenire non solo su realtà dalle forti peculiarità individuali, ma anche su un assetto competitivo molto frastagliato, come spiega Ennio Terrasi Borghesan su L’Ultimo Uomo. Ci sono ben quattro coppe, due in capo a EuroLeague e due alla FIBA, e che non vanno nemmeno d’accordo: la FIBA, anni fa, ha reintrodotto le finestre di qualificazione delle Nazionali a stagione in corso giusto per fare un dispetto a EuroLeague…
L’obiettivo dichiarato della NBA è concretizzare appieno, dal punto di vista del marketing e della sostenibilità economica, il potenziale del basket europeo. Conosce il fatto che molti club sono in affanno, nonostante il loro appeal, quindi vuole portare un modello commercialmente funzionante in uno scenario caratterizzato da storia, profonda passione e feroce competizione.
Ora, ci si chiede: possono coesistere NBA ed Eurolega, visto che difficilmente uniranno le forze? Lo scenario si frammenterà ancora di più con l’arrivo della NBA? Quali squadre lasceranno l’Eurolega? Piuttosto, esisterà ancora? Come reagirà il pubblico? Tutti interrogativi ai quali, per adesso, è impossibile fornire una risposta certa. Così come è inutile che mi metta a fare previsioni su quali squadre ci saranno e quali no: se sei in cerca di rumors, divertiti quanto vuoi su Google o chiedi all’AI.
Al di là di tutto, la curiosità è alle stelle. Veder arrivare la NBA - considerata il top dal lato organizzativo e vissuta da molti come un autentico sogno e stile di vita - in un sistema spesso caratterizzato da umori altalenanti, scarsa progettualità, club in difficoltà finanziaria eccetera, è una prospettiva senza dubbio intrigante. Allo stesso modo, c’è attesa di capire come si realizzeranno arene adeguate agli standard NBA laddove mancano. Come a Roma, se è vero che la capitale farà parte del progetto. Una città da sempre alle prese con problemi di strutture sportive e che da oltre cinque anni è persino lontana dalla Serie A.
Se torniamo alle prime parole dell’articolo di Chiabotti, forse l’idea di una division europea della NBA rimarrà fantascienza per questioni logistiche, ma su tutto il resto ci sarebbe già un piano industriale pronto al via. Resta il fatto, però, che stiamo parlando di far convivere, o scontrare, due concezioni opposte della pallacanestro. Da una parte il modello NBA, costruito come business di intrattenimento sportivo da esportare e replicare. Dall’altra il sistema “nostro”, pieno di contrasti, identità e differenze territoriali: spesso il contrario di una macchina perfetta, ma forse proprio per questo così vivo e affascinante. In quale mondo del basket vivremo dopo la collisione?
Cose più strane
Su Netflix non guardo Stranger Things: non amo horror o simili, e davanti a uno schermo l’ultima cosa che voglio è angosciarmi. Sono qui a parlartene solo perché ho letto di un accenno al basket NBA nel settimo episodio della quinta e ultima stagione della serie, uscita qualche settimana fa.
Stranger Things è ambientata negli anni Ottanta a Hawkins, cittadina immaginaria dell’Indiana. E come probabilmente sai, se c’è uno stato in cui la pallacanestro è religione, è proprio l’Indiana: liceo, college e poi ovviamente i Pacers tra i pro. Non a caso gira quel vecchio detto: “In 49 states, it’s just basketball… but this is Indiana!”
Un film iconico della cinematografia cestistica come Hoosiers con Gene Hackman e Dennis Hopper - sì, in italiano è Colpo vincente: le solite traduzioni cringe per spiegare “di cosa parla” a un pubblico poco avvezzo alla cultura sportiva d’oltreoceano - è un omaggio alla passione e alla tradizione dell’Indiana. Se vuoi approfondire, ti lascio questo lungo articolo del mio blog.
Tornando a Stranger Things, l’episodio in questione è ambientato il 6 novembre 1987: il giorno in cui gli studenti di Hawkins salvano il mondo dall’entità malvagia Vecna.
Ed è anche la data in cui Reggie Miller debutta con gli Indiana Pacers, dando il via a una carriera che lo porterà a diventare la star più fulgida che abbia mai vestito la divisa giallo-blu. Nella scena, due soldati discutono se al Draft NBA di quell’anno non fosse stato meglio scegliere Steve Alford, idolo di casa uscito da Indiana University (gli Hoosiers, tanto per restare in tema), che invece finirà ai Dallas Mavericks. Un dilemma che, all’epoca, aveva acceso parecchie discussioni tra gli appassionati di basket dello stato. Cioè la maggioranza della popolazione.
Ecco il loro dialogo tradotto:
«Mi stai dicendo che Alford non avrebbe raddoppiato quel punteggio?»
«Quattro su sei dal campo. Reggie diventerà qualcuno di speciale. Segnati le mie parole. Walsh non può farci nulla».
Per Walsh si intende Donnie Walsh, allora general manager dei Pacers, a lungo sotto pressione per la scelta del Draft 1987. Quell’anno, il primo ad essere selezionato fu David Robinson dai San Antonio Spurs, e il quinto Scottie Pippen, preso dai Seattle SuperSonics e subito scambiato ai Chicago Bulls. Miller venne chiamato dai Pacers all’undicesima, appena prima del minuscolo Tyrone “Muggsy” Bogues dei Washington Bullets, famoso per l’altezza di 1,60. Dallas, invece, andò su Alford alla numero 26, che allora era già nel secondo giro. All’esordio, quel 6 novembre Miller segnò 10 punti ai Philadelphia 76ers, con i Pacers sconfitti 108-95, mentre Alford ne mise 6 nella vittoria casalinga sugli Utah Jazz 95-93.
La storia dirà che, tra i due militari che parlano di basket in Stranger Things, aveva ragione il sostenitore di Reggie Miller, mentre la carriera di Steve Alford durerà appena quattro stagioni, senza mai lasciare il segno: i suoi anni migliori rimasero quelli del college, quando vinse un titolo NCAA con Indiana e l’oro olimpico con gli Stati Uniti nel 1984, al fianco di Michael Jordan. Ritiratosi nel 1991 a ventisette anni, intraprese la carriera di allenatore universitario e guida Nevada dal 2019, dopo esperienze, tra le altre, a Iowa, New Mexico e Utah.
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È tutto, ci vediamo il 28 febbraio. Ciao, buon All-Star Game NBA e buona Final Eight di Coppa Italia!






