Fare libri di sport
#59 – Basket, cultura, lifestyle: qui trovi una casa editrice cool, Steph Curry e lo Shootaround
Ciao, nella vita sentiti come Jay Huff degli Indiana Pacers mentre difende su una rimessa di Draymond Green.
Io sono Francesco Mecucci e sei sul numero 59 di Galis, la newsletter di Never Ending Season, il progetto in cui ti racconto il basket come cultura e stile di vita.
Nella scorsa uscita - se non l’hai letta, recuperala qui - ho parlato degli atleti che controllano la narrazione, di un video dei Lakers diretto da Natalia Bryant e di un’illustrazione di Chiara Arcadi.
Oggi ci dedichiamo ai libri: ti porto dentro una delle case editrici più cool nel panorama italiano in fatto di letteratura ed editoria di sport, e quindi anche di pallacanestro.
In coda, come sempre, lo Shootaround con i migliori contenuti di basket del mese, da me selezionati e consigliati, insieme alla mini rubrica Off The Ball.
A proposito, Natale è vicino: ti ricordo che, se vuoi fare un regalo, il mio libro Il parquet lucido. Storie di basket è tuttora in vendita qui.
Cominciamo a leggere!
Indirizzo: 66thand2nd
Trovare un libro di sport, oggi, è semplice. Ma se venti o trent’anni fa, in Italia, provavi ad accostare sport e letteratura, ti guardavano con sospetto, quando non venivi del tutto ignorato. Complice un pensiero dominante che per decenni aveva tenuto lo sport - e il giornalismo e il racconto ad esso legati - lontano dai temi considerati “alti”: politica, economia, questioni sociali, cultura “ufficiale”. A differenza, invece, di quanto avveniva nel mondo americano e anglosassone.
Oggi lo scenario è mutato. Lo sport ha conquistato, anche qui da noi, un ruolo di tutto rispetto nell’editoria, con la nascita di case specializzate o fortemente connotate in tal senso. 66thand2nd è una delle più conosciute e apprezzate, frutto dell’intuizione di Isabella Ferretti e Tomaso Cenci. Dopo una decisiva esperienza di vita e lavoro a New York - il nome rievoca l’incrocio di Manhattan presso cui abitavano - dal 2008 sono riusciti a concretizzare il loro sogno: portare in Italia quelle storie sportive di ampio respiro, caratterizzate da un’elevata cifra autoriale, che li avevano così emozionati durante gli anni trascorsi oltreoceano.
L’idea che lo sport potesse alimentare una narrazione di qualità e diventare una chiave di lettura del mondo, ha trovato terreno fertile. Pagina dopo pagina, si è costruito un substrato culturale che, partendo da ciò che accade in campo o in pista, arriva a influenzare la società, gli immaginari e gli stili di vita. In fondo, è lo stesso approccio che cerco di seguire, nel mio piccolo, con Never Ending Season.
Sul fronte basket, 66thand2nd ha raccolto alcuni dei titoli più interessanti e influenti tra quelli presenti sul mercato, attraverso traduzioni di opere di affermati giornalisti e autori statunitensi, ma anche di firme italiane di livello.
Michele Martino, responsabile della collana Booksport, autore de Il favoloso Doctor J (lo avevo recensito qui), editor e traduttore, lavora in 66thand2nd fin dai primi anni e mi ha raccontato come nascono i libri di questa casa editrice indipendente con sede a Roma, insieme alle evoluzioni più recenti.
“Booksport è il nuovo, unico contenitore - spiega - in cui confluiscono le collane Vite Inattese, dedicata alla saggistica sportiva biografica e non, e Attese, che finora ha narrato lo sport attraverso romanzi e storie di finzione. Booksport è adesso anche un podcast, novità di quest’anno, e si affianca alla collana Bookclub, che ha inglobato Bazar e raccoglie i nostri titoli non di sport, perché pubblichiamo anche altri generi”.
Michele, l’ultimo libro di basket di 66thand2nd - e il primo di Booksport - è Atlante della NBA di Kirk Goldsberry. Un’opera non solo testuale, in cui l’aspetto visual è centrale e rispecchia la narrazione sportiva di oggi, sempre più imperniata su immagini e dati. Possiamo considerarla una svolta anche per la casa editrice?
Non è facile trovare libri con le caratteristiche di Atlante della NBA, dove il testo - comunque ben presente - è accompagnato da un ampio apparato di illustrazioni, grafici e statistiche. Senza dubbio ci piacerebbe pubblicarne altri di questo tipo: è una sfida, soprattutto per i costi di stampa e per il formato, che come in questo caso abbiamo dovuto mantenere uguale a quello dell’edizione originale. Il lavoro di Goldsberry è molto interessante, perché analizza il basket contemporaneo da un’altra prospettiva e, attraverso i dati, mette in luce realtà non sempre scontate. Come sta succedendo anche in altri sport quali calcio, tennis, pallavolo.
Si dice che i libri non andrebbero scelti dalla copertina, ma sappiamo che non è così: oggi un libro deve presentarsi in un certo modo. Le cover di 66thand2nd sono molto curate ed eleganti. Come nascono e quante persone vi lavorano?
All’inizio le cover di Vite Inattese, seguendo l’indirizzo dato dalla prima art director Silvana Amato, si basavano su uno sfondo bianco con un’illustrazione a colori del personaggio raccontato nel libro, realizzata da Guido Scarabottolo, storico illustratore di 66thand2nd. Poi siamo passati a copertine colorate, con tonalità piene e accese, e infine a una sintesi tra le due soluzioni. Il progetto grafico è curato dallo studio Paper Paper di Milano, che si avvale di vari artisti, tra cui Riccardo Gola. Con il nostro team - nei vari ruoli, siamo in tutto 7-8 persone - seguiamo la realizzazione insieme all’autore. Per Atlante della NBA, però, abbiamo ripreso direttamente l’immagine di Aaron Dana dell’edizione originale.
Il primo libro di basket pubblicato da 66thand2nd è stato Michael Jordan, la vita, monumentale biografia scritta da Roland Lazenby. Dello stesso autore avete curato quelle di Kobe Bryant e Magic Johnson. Inoltre, avete tradotto giornalisti e scrittori americani come Jack McCallum, Jeff Pearlman, Chris Herring, Kent Babb, Ethan Strauss. Come si sviluppa la versione italiana delle loro opere?
Ci sono vari passaggi fondamentali. Si parte dalla ricerca dei titoli che riteniamo adatti al nostro catalogo. Quindi, si procede con l’acquisizione dei diritti, che ci permette di entrare in possesso del manoscritto e di tradurlo. Segue la traduzione, la quale a seconda dell’autore può essere molto impegnativa. I libri di Lazenby, per esempio, sono sulle 600-700 pagine. Una volta tradotto, il testo viene revisionato, effettuando tutte le verifiche necessarie, soprattutto nei volumi ricchi di dati e statistiche, dove è facile imbattersi in piccole imprecisioni. Infine, curiamo la stampa, l’uscita e l’intera parte promozionale, dall’ufficio stampa ai social. Tutto il processo, dall’acquisizione dei diritti alla pubblicazione, può durare da sei mesi a un anno o anche di più. Per biografia di Jordan sono serviti cinque mesi solo per la traduzione. L’edizione di Atlante della NBA, invece, ha richiesto circa sei mesi complessivi.
Nel corso degli anni avete pubblicato opere originali di autori italiani di qualità. Penso, tra chi ha firmato libri di basket, a Dario Costa, Andrea Cassini, Lorenzo Iervolino, Claudio Pellecchia, Marco Gaetani e diversi altri. Commissionate voi il libro o accogliete proposte dall’esterno?
Entrambe le cose. In certi casi, abbiamo ricevuto proposte valide; in altri, siamo stati noi a commissionare il lavoro, cercando di capire lo stile e gli interessi di un determinato autore sulla base di ciò che aveva pubblicato in precedenza. Molti provengono da esperienze in riviste online come L’Ultimo Uomo e Undici, ma anche in quotidiani nazionali. Naturalmente teniamo conto del mercato e degli orientamenti del pubblico: c’è anche un discorso di concorrenza, oggi capita spesso che escano libri di più editori sullo stesso soggetto. Per noi, però, è essenziale compiere scelte equilibrate, senza seguire ciecamente le tendenze, e dare un taglio originale.
Se io volessi proporre una storia a 66thand2nd, quali requisiti dovrebbe avere?
Ci interessa soprattutto l’aspetto umano dell’atleta: che la sua storia sia significativa anche fuori dal campo o dalla pista, che abbia una vicenda biografica degna di essere raccontata. Non a caso, la collana si chiamava Vite Inattese. Il primo titolo pubblicato, La strada del coraggio dei fratelli Aili e Andres McConnon, metteva in luce l’aspetto meno noto della vita di Gino Bartali. Durante la guerra, il grande ciclista collaborò con una rete clandestina che aiutò centinaia di ebrei tra Umbria e Toscana a sfuggire alla persecuzione nazista. Una storia straordinaria. Ma anche figure come Michael Jordan e altre icone del basket hanno avuto vite particolari, così come esistono atleti meno celebrati, i quali però hanno rappresentato qualcosa di rilevante per il loro tempo o per ciò che hanno realizzato al di là delle imprese sportive.
Tolto il tuo su Julius Erving, quale libro di basket edito da 66thand2nd è stato il più significativo per te? E quale tra i titoli extra-basket?
Michael Jordan, la vita resta sicuramente uno dei più importanti: Lazenby è uno dei nostri autori di punta. Forse, però, il più bello è Showtime di Jeff Pearlman, sulla dinastia dei Lakers degli anni Ottanta, da cui è stata tratta la serie tv Winning Time su Sky. È un lavoro veramente ben scritto e documentato, ricco di interviste a giocatori e dirigenti dell’epoca, che ricostruisce un intero periodo storico e culturale. Io stesso ho attinto molto a Showtime, nella versione inglese, durante la stesura del mio libro su Doctor J, la cui carriera in parte si sovrapponeva all’evoluzione di quei Lakers. Tra i libri non di basket, scelgo I cantaglorie di Gian Paolo Ormezzano, recentemente scomparso: racconta il suo mondo come se fosse l’ultimo dei Mohicani, di una “tribù” di grandi giornalisti sportivi che ha conosciuto di persona a partire dalla fine degli anni Cinquanta. È, a suo modo, una narrazione dell’Italia del Novecento.
Quale ruolo ritieni che abbia avuto 66thand2nd nella diffusione della letteratura e dell’editoria di sport in Italia?
Una ventina d’anni fa, parlare di letteratura sportiva era quasi un azzardo: l’idea che lo sport potesse diventare materia per una narrazione di alto livello non era diffusa. Oggi la situazione è cambiata e, in questa trasformazione, siamo stati tra i primi a portare avanti un lavoro sistematico sui libri di sport, puntando sempre su una scrittura di qualità, sia con gli autori anglo-americani sia con quelli italiani. Nel frattempo sono nati molti editori specializzati e anche le grandi case hanno inaugurato collane dedicate allo sport: succede persino di “rubarci” le idee a vicenda. Considerando pure la vasta offerta audiovisiva, con continue uscite di documentari, è diventato più difficile proporre ogni volta qualcosa di realmente originale, ma è una sfida che ci stimola. Siamo stati parte di questo processo, senza dimenticare che, pur rappresentando lo sport un’ampia percentuale della produzione e delle vendite di 66thand2nd, continuiamo a pubblicare anche altri generi.
Quanto lo sport con la sua mentalità e dinamiche - determinazione nel perseguire un traguardo, superamento delle difficoltà, costanza nell’allenamento - vi motiva e ispira nel vostro lavoro?
Sai che non ci avevo mai riflettuto sotto questo punto di vista? Ma ci sono certamente delle somiglianze. Il nostro lavoro è fatto per lo più di ore passate davanti allo schermo, a leggere e scrivere, invece non va mai dimenticata l’importanza di praticare sport. Come dice William Finnegan in Giorni selvaggi, se ti prendi un paio d’ore per andare a surfare, poi puoi anche restare al computer fino a mezzanotte a lavorare a un articolo. Una cosa aiuta l’altra, per mantenere un equilibrio tra corpo e mente.
Per concludere, una domanda sul tuo libro Il favoloso Doctor J: quando e perché hai scelto di scriverlo?
L’idea è nata durante la pandemia, dopo aver visto un documentario su Julius Erving. Ho iniziato a seguire il basket soltanto alla fine degli anni Ottanta, quindi non l’ho visto giocare, e fino ai primi anni Duemila era difficile reperire informazioni su di lui. In seguito, grazie a libri, riviste e materiale che sono riuscito a procurarmi su internet, ho potuto conoscere Erving in modo più approfondito e raccontarlo. Oggi sembra quasi dimenticato e gli anni Settanta sono percepiti come una specie di preistoria della pallacanestro, ma per certi versi Doctor J è stato un personaggio epocale che ha traghettato il basket da un’era “arcaica” verso il gioco moderno, quello che dagli anni Ottanta e Novanta ha raggiunto il pubblico di tutto il mondo.
Un sincero grazie a Michele Martino per la disponibilità, a Cecilia Laringe dell’ufficio stampa per la gentile collaborazione e a tutta la 66thand2nd per il lavoro che fa.
Sneaker free agent
Steph Curry è uno di quei giocatori che hanno cambiato la storia della NBA, non c’è da girarci intorno. La rivoluzione degli anni Dieci, che ha portato il tiro da tre e i ritmi altissimi al centro del gioco, si identifica inevitabilmente con lui.
Se invece consideriamo l’aspetto marketing, fuori dal parquet non si può certo dire che abbia avuto lo stesso impatto. Nulla di neanche lontanamente paragonabile all’hype generato da Michael Jordan, LeBron James o Kobe Bryant. Sarà per il suo carattere tranquillo, l’aria da bravo ragazzo, la condotta di vita semplice. O forse per non aver mai pompato a sufficienza i suoi esordi da sottovalutato. Sta di fatto che Curry come atleta-azienda non ha mai davvero spiccato il volo. O almeno, non ancora.
Questo preambolo serve a introdurti la notizia resa nota dallo stesso Steph insieme a Under Armour, il suo storico sponsor. Nel 2026, dopo tredici anni, Curry lascerà il brand di Baltimora e diventerà - parole sue - uno “sneaker free agent”. La separazione sarà effettiva dopo il lancio della sua ultima scarpa, la Curry 13, previsto per febbraio.
Da quel momento, Curry Brand - la divisione interna a Under Armour fondata da Steph nel 2020 - diventerà indipendente. Le motivazioni ufficiali parlano di una ristrutturazione aziendale e aggiungono che la partenza di Steph avrà conseguenze contenute.
Leggendo tra le righe, da un lato si intravedono i dubbi, mai del tutto dissipati, sull’attrattività delle scarpe Curry e dello stesso appeal del giocatore come figura di marketing. Dall’altro, agli occhi del pubblico, Steph è stato sempre percepito come un cestista troppo stellare per restare a vita con un brand tutto sommato minore. E forse ha cominciato a capirlo anche lui. Interrogativi complessi, considerando che stiamo pur parlando di uno dei più grandi della storia del basket, e che inoltre sia praticamente impossibile scalfire il dominio Nike (e Jordan) nel mercato delle sneaker.
Detto questo, non è esagerato affermare che Steph sia stato una gallina dalle uova d’oro per Under Armour. Secondo Forbes, fino al 2020 avrebbe generato per l’azienda un valore stimato di 14 miliardi di dollari. La società, fondata nel 1996 da Kevin Plank nel seminterrato della nonna secondo il più classico plot da startup americana, e inizialmente specializzata nel football (il nome, “sotto armatura”, viene da lì), ha trovato in Curry l’uomo che le ha permesso di sfidare i colossi globali. Nell’ultimo anno, la collaborazione con il numero 30 dei Golden State Warriors ha generato ricavi tra 100 e 120 milioni di dollari e gli esperti già parlano di errore clamoroso nel lasciarlo andar via.
Under Armour soffiò Steph a Nike nel 2013, dopo un meeting cringe diventato leggenda. Uno dei manager Nike chiamò Stephen “Stephon” (come Marbury...) e qualcun altro si dimenticò di togliere il nome di Kevin Durant dalle slide, dando l’impressione di aver “riciclato” un modello già predisposto per altri atleti. All’epoca il vice president Nike responsabile della trattativa era… Nico Harrison! La medesima persona che anni dopo, come GM dei Dallas Mavericks, avrebbe scambiato Luka Doncic ai Lakers e sarebbe stato licenziato a furor di popolo qualche mese più tardi, cioè poche settimane fa.
Steph divenne così il volto di Under Armour per il basket. Lo avevano corteggiato come Nike aveva fatto con Jordan: avvicinando prima le persone della sua cerchia. Nel 2020 provò il salto definitivo: creare un brand autonomo, seppur sotto l’ombrello UA, seguendo il modello Jordan, per capitalizzare finalmente il suo status. Ma lo Splash Logo - un’ala che stilizza il gesto che Steph fa dopo ogni tripla e incorpora le iniziali S.C. - non è mai andato nemmeno vicino alla popolarità del Jumpman.
Certo, Curry Brand ha combinato innovazione, qualità e investimenti sociali, soprattutto a Oakland, l’altra faccia della scintillante San Francisco. Una parte dei ricavi è stata destinata a progetti per avvicinare alla pratica sportiva i giovani delle comunità più disagiate, collaborando con scuole e organizzazioni locali. Ma se parliamo di marketing e appeal, quel marchio non è mai esploso. Adesso il logo rimarrà a Curry, mentre Under Armour dovrebbe mantenere il catalogo, con cui potrà rilanciare vecchi modelli di scarpe (come accadde con Kobe quando passò da Adidas a Nike), e altri atleti attualmente sotto contratto, tra cui De’Aaron Fox e Kelsey Plum.
E quindi, cosa farà Steph? Renderà Curry Brand un marchio indipendente di successo, sfruttando gli ultimi anni di carriera e ciò che verrà dopo? Oppure deciderà di legarsi a una realtà più grande per monetizzare al massimo la sua influenza di superstar? Al momento non ci sono certezze, ma tutte le strade sembrano portare a Nike, per un probabile ritorno con l’azienda che clamorosamente se lo fece sfuggire. Un indizio c’è già: in una recente partita contro i San Antonio Spurs, Steph ha indossato le Kobe Protro 6 Mambacita Edition. Forse un semplice omaggio, oppure qualcosa di più.
Wardell Stephen Curry II ha cambiato il basket e, a 37 suonati, è ancora sulla cresta dell’onda. Ma l’arrivo si avvicina e quella che sarà la sua prossima mossa nel mercato delle sneaker dirà molto sul ruolo che vorrà ritagliarsi nella hoop culture dei prossimi anni. Dopo aver rivoluzionato il gioco, riuscirà a meravigliarci ancora?
Shootaround – Consigli di lettura, ascolto, visione, condivisione
Ecco il trailer di Goat. Sogna in grande, il film di animazione prodotto da Steph Curry, al cinema dal 12 febbraio.
Come tradizione di ogni anno, la mia personale Top 10 delle maglie NBA City Edition!
Qui invece ho recensito il libro I campioni che hanno fatto la storia della NBA di Dario Vismara.
Il cammino di Cedric Coward, promettente rookie dei Memphis Grizzlies, dalla Division III della NCAA alla NBA: la sua storia raccontata da Marc J. Spears su Andscape. (in inglese)
Cosa è stato il basket europeo dal 2000 a oggi tra EuroLeague, FIBA e NBA? Un sistema frammentato e dal futuro incerto. L’analisi di Ennio Terrasi Borghesan per L’Ultimo Uomo.
Tommy Marino ci porta nella stupenda Cittadella dello Sport di Tortona.
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I giocatori del Derthona da un altro punto di vista: allo stadio con Tommaso Baldasso, tifoso del Torino.
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Tracy McGrady e Vince Carter, cugini di secondo grado, sono diventati rispettivamente Chief Innovation Officer e consulente di Huupe, azienda che produce canestri smart. Eccoli.
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E perché non finire con un Pascal Siakam con la maglia vintage della Lazio?
Off The Ball
Tre contenuti interessanti extra basket.
Il tennis del futuro secondo Andrea Gaudenzi, ex azzurro e oggi presidente ATP: l’intervista di Alfonso Fasano su Rivista Undici.
Il giornalista Marco Bardazzi è convinto che l’IA apra la strada alla rivincita delle news: la sua tesi su Il Foglio.
Il consulente di marketing, docente e autore Gianluca Diegoli, uno degli affezionati lettori di Galis, intervistato da Teresa Bellemo di Rivista Studio su marketing, algoritmi e brand di culto: guarda il video.
Un attimo, prima di andare
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È tutto, ci vediamo il 31 dicembre. Ciao e buon Natale, ma prima ricordati che il 21 è la Giornata Mondiale della Pallacanestro!





