Forever King?
#57 – Basket, cultura, lifestyle: qui trovi LeBron James, un palasport di Napoli e la Supercoppa LNP
Ciao, trova le differenze!
La foto sopra è il canestro determinante di Dennis Schroeder nella finale di EuroBasket 2025, mentre la foto sotto è The Last Shot di Michael Jordan nel 1998.
Un accostamento fin troppo iperbolico, ma quel tiro messo dentro dal play tedesco ha sbloccato nell’immaginazione di molti - me compreso - l’iconico scatto di 27 anni fa (27… aiuto!).
Io sono Francesco Mecucci e sei sul numero 57 di Galis, la newsletter di Never Ending Season, il progetto con cui ti racconto il basket come cultura e stile di vita.
Nella scorsa uscita - se non l’hai letta, recuperala qui - ho parlato dell’importanza del trio Bargnani-Belinelli-Gallinari, della rivoluzione della pallacanestro in tv e di cosa sta facendo la Dinamo Sassari.
Oggi, visto che a ottobre inizia la NBA, partiamo con il destino di LeBron James. A seguire, ci spostiamo in Italia, a Napoli e a Ravenna.
In coda, come sempre, lo Shootaround con i migliori contenuti di basket del mese da me selezionati e consigliati, insieme alla mini rubrica Off The Ball.
New season on!
VentitRe
23. Nella scaramanzia, è il numero fortunato. Nel basket, è il numero assoluto. Perché quando vedi un 23, l’associazione con Michael Jordan è immediata. E subito dopo con LeBron James, che fin da ragazzino ha sempre voluto ripercorrere le orme del primo, indossandone le due cifre magiche per gran parte della sua carriera. A proposito di carriera e di 23, quella che inizia in questo mese è per il Re la ventitreesima stagione NBA. E Nike, il suo sponsor a vita, rilascia sul mercato mondiale la scarpa Nike LeBron XXIII, in ventitré colorazioni differenti. Tutto studiato, ovviamente.
LeBron è sulla cresta dell’onda da quasi un quarto di secolo e su di lui è stato detto, scritto e analizzato di tutto. L’elemento comune, tuttavia, non è mai cambiato: la persona che si presentò ancora teenager sulla scena della pallacanestro con il soprannome di The Chosen One, il Prescelto, più di ogni altro ha rappresentato il paradigma dell’atleta contemporaneo, uomo-azienda sovraesposto ma in pieno controllo della propria narrativa, abile a sfruttare a suo favore ogni meccanismo del marketing e della comunicazione (ne avevo parlato in Galis #21, se ti va di approfondire).
LeBron di Jeff Benedict, tra i tanti libri su James, ben tradotto in italiano nel 2023, è una corposa biografia che ti consiglio di leggere, perché mette in evidenza proprio questo aspetto, affiancando il racconto delle sue gesta sportive con quello della costruzione del “regno” fuori dal campo, a partire da The Decision, lo show televisivo in cui nel 2010 LeBron annunciò il trasferimento da Cleveland a Miami: nell’immediato, un apparente disastro mediatico; a lungo termine, la pietra miliare del nuovo potere dei giocatori NBA di decidere autonomamente il proprio futuro.
Quindici anni più tardi, la scarpa LeBron XXIII arriva verso la fine di un’estate particolare, e anche piuttosto misteriosa, per King James. Alla soglia dei 41 anni, nonostante le voci di mercato, è rimasto ai Los Angeles Lakers, dove però non è più il monarca assoluto. La franchigia, in piena transizione di proprietà dalla famiglia Buss a Mark Walter (e qui ci sarebbero da aprire mille capitoli), ha fatto intendere che la chiave di volta è Luka Doncic, mentre LeBron, se vuole, può fare il mentore e il comprimario di ultra-lusso. Carte d’identità alla mano, è abbastanza sensato che si sia presa tale direzione.
Che James pensi al ritiro, nonostante statistiche stellari per un quarantenne, è chiaro da tempo. C’è chi ipotizza un imminente annuncio per trasformare la stagione 2025-26 nel suo personale Farewell Tour, come fece Kobe Bryant, e tornare a prendersi il centro della scena. E chi invece lo vede, tra un anno, pronto ancora a cambiare maglia (Golden State? Dallas? Clippers?) pur di inseguire un ultimo titolo, in una parabola da “Tom Brady del basket”, prima di salutare il parquet e diventare magari proprietario di un team (Las Vegas?). Un fatto è certo: LeBron, maestro indiscusso dello storytelling personale, al “dopo” ci sta pensando, eccome.
Oggi l’impressione è che dei Lakers gli importi relativamente. Ciò che lo occupa davvero è la costruzione della sua carriera futura e, immancabilmente, dell’immagine con cui l’accompagnerà. Come quando, sedicenne, finì sulla cover di Sports Illustrated. Come quando realizzò The Decision. Come quando tornò a Cleveland e vinse il titolo. Come quando se ne andò a L.A. per vivere e lavorare nella città al centro dei suoi interessi. Adesso LeBron, in modo silenzioso ma presumiamo con la solita ineccepibile meticolosità, sta preparando il terreno per il prossimo capitolo, qualsiasi esso sia.
Il lancio della Nike LeBron XXIII si è intrecciato con il Forever King Tour in Cina, tra Shanghai e Chengdu. A vent’anni dalla sua prima apparizione asiatica, nonché la quindicesima volta in quella parte di mondo. Ma soprattutto il primo ritorno in Cina dopo il Morey-gate del 2019, episodio che aveva mandato in tilt i rapporti - dagli enormi risvolti economici - tra la NBA e il paese del Dragone. Quest’anno la lega ha ripreso a organizzare là due gare di preseason, a Macao, con Brooklyn Nets e Phoenix Suns il 10 e 12 ottobre.
Insomma, non sappiamo ancora quale sarà il futuro di LeBron James, ma una cosa è evidente: vuole riprendersi la luce dei riflettori, aspettando il momento buono. Sta senza dubbio immaginando qualcosa di diverso ma altrettanto potente, gettando le basi per ciò che verrà con la stessa lucidità con cui ha gestito ogni fase del suo percorso. Perché LeBron resta l’incarnazione dell’atleta-imprenditore: competitivo sul parquet e formidabile CEO di se stesso fuori.
È un discorso che va ben oltre il basket e il business: è una questione di influenza. La capacità di orientare culture, definire un’epoca, toccare vite, imporre un modello di grandezza che supera i confini del rettangolo di gioco e degli stessi affari. Con l’avvicinarsi del ritiro, mai come stavolta la pallacanestro sarà per LeBron more than a game, come il titolo del documentario che racconta le sue origini e la presa di coscienza del proprio posto nel mondo.
Il futuro si giocherà fuori dal parquet: nelle strategie, negli investimenti, nella definizione della sua legacy, nelle nuove sfide che deciderà di affrontare. Ogni scelta conterà, ogni mossa sarà vivisezionata e il mondo attenderà il prossimo step della leggenda del Re. C’è da scommettere che lui arriverà preparatissimo a tutto questo, per cercare di essere forever King.
Tuttavia, resta un dubbio, inevitabile e affascinante: LeBron James riuscirà a scrivere a modo suo il gran finale della sua esperienza da giocatore, o sarà la realtà dei fatti a dettare le regole del suo ultimo atto in canotta e pantaloncini? Ci riserverà ancora strabilianti imprese con la palla a spicchi in mano, a un’età in cui gran parte dei suoi colleghi si sono già ritirati, oppure, come negli ultimi anni, il suo commiato non sarà all’altezza di un’avventura capace comunque di segnare in maniera indelebile la storia del basket? Non ci resta che aspettare e vedere.
L’Argento di Napoli
Matt Rizzetta è il giovane imprenditore italo-americano, già proprietario del Campobasso calcio, che da questa estate ha acquisito anche la maggioranza del Napoli Basket e gli ha cambiato nome in Napoli Basketball. Punta a riportare ad alti livelli la pallacanestro partenopea e a conferire al club, rifondato appena nove anni fa, una dimensione internazionale. A tal punto che si è parlato di un prossimo coinvolgimento, tutto da definire, addirittura di Shaquille O’Neal.
Ad esprimersi sull’affidabilità dei propositi di Rizzetta e del suo gruppo saranno unicamente i risultati sul campo e la gestione societaria. Perché le proprietà che vengono da lontano, in presenza delle quali alimentare sogni è tanto facile quanto scottarsi, vanno prese con le proverbiali molle (Pistoia stagione 2024-25 docet). Tuttavia ciò che ora mi preme sottolineare è la notizia che il giornalista Marco Caiazzo ha scritto su La Repubblica il 22 settembre.
L’articolo in questione riferisce della volontà del Napoli Basketball di presentare un progetto di riqualificazione del Palasport Mario Argento, che allo stato attuale è un rudere. Non è un modo di dire, è proprio così. Quella di Matt Rizzetta è, al momento, soltanto un’idea. Non ci sono ancora rendering (e forse è un bene...). Però è un’idea che apre le porte a scenari abbastanza inaspettati.
Da alcuni anni a Napoli si parla della costruzione di un’arena polifunzionale da almeno 10.000 posti. Il project financing della società Italstage, che coinvolge la società cestistica e ha già ricevuto un primo assenso da parte del Comune, dovrebbe vedere la luce nell’area dell’ex mercato ortofrutticolo, vicino ai grattacieli del Centro Direzionale e non distante dalla stazione di Napoli Centrale. Circa 55 i milioni dell’investimento, ma, come prevedibile, le cose non stanno andando a ritmo particolarmente spedito.
La squadra azzurra, infatti, per ora resta ben salda al PalaBarbuto - nome commerciale attuale: Fruit Village Arena - impianto comunale da 4000 posti costruito in fretta e furia nel 2003 e successivamente ammodernato. Il PalaBarbuto, intitolato allo storico giornalista sportivo locale Lello Barbuto, si trova nel quartiere Fuorigrotta, lo stesso dello Stadio Maradona. E sorge esattamente di fronte al Palasport Mario Argento, che giusto in qualche sporadica occasione il Comune aveva accennato di voler riportare in vita, senza troppa convinzione.
Se la nuova grande arena è ancora ben lungi dal concretizzarsi e il PalaBarbuto va stretto alle ambizioni di Rizzetta e in generale alle dimensioni di una metropoli, il messaggio del nuovo presidente, già manifestato al sindaco Gaetano Manfredi e all’assessore allo sport Emanuela Ferrante, appare ben chiaro: cerchiamo casa. Gli esponenti di Palazzo San Giacomo non avrebbero detto no: del resto, se arriva uno ricco che vuole rimetterti in piedi un rudere su cui nessun ente pubblico né soggetto privato investe da anni, difficile pensare a una risposta diversa.
Ma che cos’è, questo PalArgento? È - o meglio, era - lo storico palazzetto dello sport di Napoli, il luogo in cui la squadra cittadina ha vissuto i momenti più belli. Nella percezione comune, Napoli vuol dire calcio, ma la tradizione dei canestri nel capoluogo campano esiste ed è notevole. Inaugurato nel 1963 per i Giochi del Mediterraneo, il palasport è dedicato a un pionieristico calciatore, giornalista e dirigente di quelle parti.
La struttura è chiusa dal 1998 e in rovina dal 2005. L’ho vista con i miei occhi qualche anno fa e non è cambiata. Sono rimaste in piedi solo le due grandi tribune in cemento armato, sui lati lunghi di quello che una volta era il rettangolo di gioco. Il resto tutto demolito, in seguito a lavori di ristrutturazione iniziati e mai finiti: oggi sembra il rudere di uno stadio all’aperto. Poteva contenere fino a 8000 spettatori. Se a pochi metri da lì i napoletani andavano in delirio per Maradona, non mancavano comunque di far sentire la loro passione anche nella palla a spicchi.
Nel 1974 vi hanno suonato i Genesis e inoltre ha ospitato per anni un torneo di tennis che ha visto esibirsi Bjorn Borg, John McEnroe, Adriano Panatta, Ivan Lendl. Nel basket, la Partenope Napoli vinse qui nel 1970 la Coppa delle Coppe con coach Tonino Zorzi, otto anni prima di scomparire e lasciare tutto in eredità al Napoli Basket del vulcanico presidente Nicola De Piano. Il Palargento, così, divenne teatro di una risalita piuttosto veloce e dal 1987 al 1991 Napoli tornò a giocare in A1, disputando i playoff scudetto nel 1989.
Sulla panchina partenopea si accomodarono coach del calibro di Elio Pentassuglia, Arnaldo Taurisano, Mirko Novosel, Ranko Zeravica, Mario De Sisti. Se da un lato De Piano non si faceva problemi a cambiare guida tecnica, dall’altro desiderava giocatori in grado di infiammare la folla, meglio se con trascorsi NBA: così nel 1989-90 portò in azzurro Walter Berry e l’anno successivo il mitico Mike Mitchell, amatissimo dai tifosi così come lo era stato a Brescia e lo sarà in seguito a Reggio Emilia.
Il 10 febbraio 1991, il Napoli stravinse al Mario Argento un memorabile derby con Caserta, che poi avrebbe vinto lo scudetto: 91-65, con 22 punti e 12 rimbalzi di Mitchell, vincitore di un gran duello con Charles Shackleford, e tutto il palazzo a cantare ‘O surdato ‘nnamurato. E pensare che oggi sia Mitchell sia Shackleford non ci sono più, stroncati il primo da un tumore e il secondo da un infarto, poco più che cinquantenni.
La stagione 1990-91 si concluse per Napoli con la retrocessione in A2: ancora un declino, fino al trasferimento a Battipaglia nel 1995 e allo scioglimento nel 1997. Nel frattempo, il parquet del PalArgento tornava ad essere calcato dalla rediviva Partenope di coach Marcello Perazzetti, con Sergio Mastroianni playmaker, che nel 1997 riuscì a conquistare la promozione in A2 e a salvarsi un anno più tardi, ma non a evitare un ulteriore fallimento nell’estate 1998.
L’ultima partita di basket nella struttura di Viale Giochi del Mediterraneo si disputò il 16 aprile di quell’anno: Partenope Napoli-Puteoli Pozzuoli 82-73. Padroni di casa già salvi, ospiti già retrocessi: appena 500 spettatori su tribune che, per lo scarso seguito, sembravano diventate smisuratamente grandi. Un po’ come gli spalti all’epoca vuoti dello Stadio San Paolo, oggi Maradona, che proprio in quel periodo registrò record negativi di pubblico: è passata alla storia una partita Napoli-Cremonese di fine stagione con soli 89 paganti.
Tornando alla pallacanestro, la società di Pozzuoli presto si trasferì nel capoluogo, diventando Basket Napoli e dando vita a un rinnovato splendore, culminato persino nella partecipazione all’Eurolega nel 2006. Una parentesi di grande entusiasmo, però finita di nuovo male nel giro di qualche anno. Ma tutto ciò avvenne già al PalaBarbuto, non più all’Argento, chiuso con un’ordinanza del 6 giugno 1998.
Quindi, dopo aver rievocato il nome del PalArgento, se questa prospettiva è reale Matt Rizzetta dovrà mettere sul tavolo un progetto serio e in grado di raccogliere degnamente la tradizione cestistica che ho riassunto in questo capitolo. A Napoli la passione non è mai mancata, nonostante la storia sportiva della città sia costellata di dolorose cadute. Però sarebbe bello che si dotasse di un impianto sportivo al passo con i tempi, in grado di accogliere in modo adeguato gli appassionati e di offrire un’immagine positiva. Vedremo dunque se ci sarà un piano realizzabile o se il glorioso palasport partenopeo sarà condannato a rimanere ancora a lungo uno scheletro in rovina sommerso dalla vegetazione.
Ravenna “Super”
Never Ending Season continua a essere presente con accredito media agli eventi del basket italiano. Dopo la Final Eight di Coppa Italia LBA a Torino, due Coppe Italia LNP a Roma e Bologna e le finali scudetto Under 19 Eccellenza nella capitale, questa volta abbiamo fatto tappa a Ravenna per la Supercoppa LNP: due giorni - 13 e 14 settembre - che hanno segnato l’avvio ufficiale della stagione di Serie A2 e B Nazionale.
Non sono stato io a raccontarla in prima persona - un impegno lavorativo mi ha tenuto altrove - ma il mio collaboratore Cristiano Politini, già al mio fianco a Bologna lo scorso marzo, che ha firmato foto e video che puoi vedere sul nostro profilo Instagram. Con lui anche Marco Aquilani, prezioso rinforzo dietro l’obiettivo. A entrambi va il mio ringraziamento, così come alla LNP per la fiducia che continua ad accordare al progetto.
La Supercoppa LNP si è svolta con la stessa formula della Coppa Italia: doppia Final Four, con semifinali e finale di A2 e semifinali e finale di B. Location il Pala De André di Ravenna, il particolare impianto della città romagnola caratterizzato da una grande cupola bianca che svetta a 33 metri di altezza e con pianta quadrata di 54 metri per lato, sostenuta da una struttura reticolare metallica.
Il De André di cui porta il nome non è il noto cantautore Fabrizio, ma suo fratello Mauro, dirigente del Gruppo Ferruzzi (costruttore del palazzetto), scomparso nel 1989. L’anno dopo è stato inaugurato l’impianto, parte del Parco delle Arti e dello Sport, un complesso che racconta bene il legame tra architettura e comunità. Ravenna, poi, merita sempre: il centro storico, i mosaici, la darsena, la vicinanza del mare.
Il titolo di A2 è andato a Cividale del Friuli, proseguendo la bella storia di questo paese di diecimila abitanti al confine con la Slovenia. Battuta Rimini al supplementare, al termine di una finale combattuta. Due località diverse, unite però dalla capacità di costruire un legame forte con la gente e di portare il basket nel cuore della comunità locale. Forlì e Fortitudo Bologna si sono fermate in semifinale.
Ha spiccato l’assenza della Fossa dei Leoni, la nota curva fortitudina, così come quella riminese del Barrio e di altre tifoserie organizzate, per via della protesta contro le nuove norme sui biglietti. Non entro nel merito della mentalità ultras, distante da me, ma credo che senza tifo organizzato una partita ci perda parecchio. Quindi rispetto le motivazioni della scelta e comprendo le difficoltà che le attuali norme stanno causando, ma rimango del parere che disertare le partite della propria squadra sia comunque negativo, in primis per chi va in campo.
In Serie B, a sollevare il trofeo sono stati gli Herons Montecatini. Non la Pallacanestro Montecatini, che aveva vinto la Coppa Italia a marzo, ma l’altra squadra della cittadina toscana: stessi colori, stesso calore, un’altra storia che si intreccia. Dopo aver superato in semifinale la Pielle Livorno, gli Herons hanno battuto in finale il Treviglio Brianza, che a sua volta aveva avuto la meglio sulla... Pallacanestro Montecatini. Esatto, le due rossoblù erano entrambe presenti al torneo: poteva capitare un derby “termale”.
Un “mosaico” di piazze storiche e appassionate, che ricordano quanto il basket italiano sappia ancora infiammarsi nelle categorie “minori”. La Supercoppa LNP, in fondo, è questo: non soltanto un trofeo che apre la stagione, ma un piccolo spaccato di geografia sportiva e culturale della nostra provincia. È vedere come città diverse - da Cividale a Montecatini, da Rimini a Livorno - sappiano trasformare questo sport in un linguaggio comune, fatto di appartenenza, identità e passione.
Shootaround – Consigli di lettura, ascolto, visione, condivisione
Danilo Gallinari ha chiuso con la Nazionale: Marco D’Ottavi spiega su L’Ultimo Uomo perché è stato il miglior cestista italiano di sempre.
Simone Pianigiani, oggi speaker aziendale oltre che commentatore su DAZN, ha scritto un libro: Essere coach (ROI Edizioni). Puoi acquistarlo qui, mentre Giuseppe Nigro de La Gazzetta dello Sport ha intervistato l’autore qui.
Il bronzo con l’Italbasket donne e oltre: intervista a coach Andrea Capodibanco di Carmen Apadula di NBA Passion.
Palla A2, territori a canestro: è ripartito il podcast Rai sulla Serie A2 condotto da Andrea Saule e Alessandro De Pol.
Gli Anni Viola è invece un podcast di Radio24, firmato Lorenzo Faggi e Anna Giunchi, sulla storia della Viola Reggio Calabria. Ascolta qui gli 8 episodi.
Come Tommaso Marino ha trasformato il basket in una professione: lo racconta a Giacomo Freddi su 1% Podcast.
Arte urbana in un parco logistico: Moneyless ha trasformato il playground del Prologis Park di Piacenza. Te lo mostro sul mio blog.
Rizzoli ha pubblicato l’edizione italiana di Shot Ready, l’autobiografia di Steph Curry: la puoi acquistare qui.
La follia di marzo (Ultra Edizioni) di Fabio Sacchi e Luca Ngoi è un nuovo libro sugli ultimi 15 anni di March Madness Ncaa. In vendita qui.
Born Not Built: il video di presentazione della nuova stagione di EuroLeague.
Come è nata la Air Jordan 40: così Jared Ebanks di SLAM. (in inglese)
Cosa è successo tra Kawhi Leonard e i Los Angeles Clippers? Lo spiega Giorgio Di Maio su L’Ultimo Uomo.
Manny Jay è uno stilista che sta andando forte in WNBA: in questo video racconta la sua storia personale e professionale ad Ari Chambers di Andscape. (in inglese)
Per concludere, Aaron Gordon dei Denver Nuggets ha fatto visita alla Dinamo Sassari.
Off The Ball
Tre contenuti interessanti extra basket.
Gianluca Gazzoli lancia la nuova stagione del BSMT in stile Forrest Gump.
I borghi più particolari e scenografici d’Italia raccolti da Will in questo carosello.
Una cosetta così, la stand-up comedy di Ghemon, per la prima volta online.
Un attimo, prima di andare
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È tutto, ci vediamo il 31 ottobre. Ciao!





