Storie e valori
#53 – Basket, cultura, lifestyle: qui trovi RBR Sporteam Academy, il fenomeno delle School Cup e lo Shootaround
Ciao, nessuna squadra NBA campione in carica riesce a ripetersi da sette anni. A me, in realtà, piacevano di più le grandi dinastie, perché amo le cose che durano.
Io sono Francesco Mecucci e questo è il numero 53 di Galis, la newsletter di Never Ending Season, il progetto con cui ti racconto il basket come cultura e stile di vita.
Nella scorsa uscita - se non l'hai letta, puoi farlo qui - ho spaziato dalla WNBA ai college, dalla NBA all'Italia, dai paesi arabi all'Europa, attraverso i profondi cambiamenti e i nuovi scenari che stanno emergendo nel nostro sport. La storia è stata pubblicata anche sulla newsletter BasketVision di Enrico Campana, che ringrazio.
Oggi ti parlo dell'importanza che una società vincente, organizzata e coerente può rivestire per una città. Sono di ritorno da Rimini, dove ho partecipato - come un anno fa - a RBR Sporteam Academy, edizione 2025. Tre intense giornate di formazione sul management sportivo a cura di Rinascita Basket Rimini.
Nel giorno in cui esce questa newsletter il club romagnolo sta giocando i playoff per la promozione in Serie A, ma qui andiamo oltre il risultato e ci concentriamo sul valore che ha saputo creare intorno alla squadra, diventando un caso studio in Italia.
In coda, come sempre, c’è lo Shootaround con i contenuti consigliati a tema basket da me raccolti nell’ultimo mese e la nuova mini rubrica Off The Ball.
Palla a due!
Effetto Flaminio
La forza del basket italiano non risiede nelle metropoli e nelle grandi città. O almeno, non solo lì. Beninteso: di piazze come Milano, Bologna, Napoli, Roma (per quanto clamorosamente assente dai vertici ormai da un lustro), e senza dimenticarne altre come Torino, Venezia, Verona, c'è sempre bisogno, sia per questioni di numeri, di marketing, di prestigio, sia perché si tratta comunque di luoghi dove la tradizione cestistica è lunga, ben radicata e alimentata da una viva passione.
Eppure, la linfa vitale della nostra pallacanestro scorre altrove. Fluisce nelle tante città di medie e piccole dimensioni, dove il basket è molto più che uno sport: è un fatto sociale. A volte, sopravanza anche il calcio. In questi posti, a ogni partita, palazzetti spesso vetusti ma carichi di storia si riempiono di tifo ed energia. E nel resto della settimana, la palla a spicchi e tutto ciò che la circonda si intreccia con la vita quotidiana, diventando una componente essenziale del tessuto cittadino: dalle famiglie alle scuole, dalle imprese ai negozi, dalla solidarietà al tempo libero.
La passione, però, da sola non basta. Nelle cosiddette città “di provincia” - chiamiamole così, con tutte le distinzioni del caso - il basket deve fare i conti con una disponibilità più limitata di risorse, strutture e persone. C'è meno “giro” rispetto a certi colossi. Ed è proprio da qui che nasce la sfida per un club di questo tipo: essere competitivo, mantenersi ad alto livello e al contempo rimanere fedele ai propri valori e continuare ad essere punto di riferimento per la comunità in cui è attivo.
Non sorprende, quindi, che le società di città sotto i 200 o 150 o 100 mila abitanti che riescono a emergere e a confermarsi a lungo, siano proprio quelle capaci di portare avanti una visione chiara e coerente. Quelle che sanno gestirsi in maniera oculata, creare valore per il territorio e per le sue componenti sociali ed economiche, ricevere il sostegno necessario per andare avanti ma anche restituire un quid, non quantificabile, alla propria gente. È questo scambio profondo a rappresentare la vera essenza del basket come stile di vita per le persone, di ogni età ed estrazione, che non solo popolano ma anche vivono le città in questione: bambini e bambine al primo contatto con lo sport, giovani in cerca di emozioni e di svago, tesserati, imprenditori, associazioni, appassionati storici, nuovi fan.
Quanto ho descritto dà un’idea del contesto in cui si inserisce la testimonianza di Rinascita Basket Rimini. Durante i seminari di RBR Sporteam Academy, svoltisi presso l’auditorium del main sponsor Rivierabanca, Paolo Carasso, amministratore delegato del club, e Simone Campanati, responsabile comunicazione e marketing - due persone capaci di coniugare al meglio strategia ed emozioni - hanno condiviso l'esperienza di una società giovane, nata nel 2018 dopo il declino della precedente realtà, ma erede di una tradizione sorta nel 1947 dalle macerie del dopoguerra e proseguita attraverso momenti indimenticabili lungo gli anni '70, '80 e '90.
In questi sette anni, RBR si è distinta per aver saputo unire risultati sportivi e coinvolgimento della città in termini di pubblico, partnership e senso di appartenenza, mantenendo i piedi per terra nella gestione e costruendo un sistema di quote societarie che valorizza le forze del territorio, evitando il rischioso “uomo solo al comando”. Inoltre, un interessante modello di affiliazione per le società della zona ha fornito un nuovo impulso al settore giovanile. L’obiettivo non è solo scalare le categorie, cosa che finora è riuscita abbastanza bene, ma costruire qualcosa che resti. Che abbia senso e radicamento anche fuori dal campo.
Le lezioni dell’Academy, dinamiche e ricche di spunti pratici e ispirazionali, hanno visto la partecipazione di membri e collaboratori di RBR e di ospiti esterni, quest'anno nello specifico Paolo Ronci (direttore generale della Virtus Bologna), Carlo Pedrielli (L'umiltà di chiamarsi Minors), Davide Fiori (già team manager della Dinamo Sassari). I temi toccati sono stati tanti: storytelling, comunicazione, cultura organizzativa, marketing, promozione eventi, aspetti amministrativi e fiscali, basi di inglese per manager, fino ai principi di costruzione di una società sportiva moderna.
Ma c'è un preciso messaggio che è emerso con vigore. Un filo conduttore che ha legato gli argomenti trattati e su cui i relatori hanno battuto con insistenza: alla base di tutto ci sono le persone, le storie, i valori. È partendo da lì che si sviluppa un metodo, si costruisce una visione e si concretizza un modello positivo che sappia parlare al mondo esterno, tramite lo strumento più potente: il racconto.
È solo conoscendo davvero la propria identità e vivendo le emozioni fino in fondo che si può entrare in connessione con il pubblico, capire cosa desidera, generare fiducia. Senza una visione condivisa, sentita, interiorizzata, nessuna strategia, per quanto brillante, potrà mai funzionare con efficacia. Perché è impossibile raccontare ciò che non si conosce. Se non sai chi sei, non potrai mai sapere qual è la tua meta, né portare con te gli altri e reggere la responsabilità di un progetto che li coinvolga. Alla fine, tutto si gioca lì: conoscere chi sei, dove vuoi andare e come fare per arrivarci in modo coerente con i tuoi valori e le tue idee. E soprattutto: come lo racconti.
In tutto ciò, il caso RBR è emblematico. Il Flaminio, palasport riminese dal sapore vintage stracolmo di calore e amore per la squadra e la città, è diventato lo strumento chiave per perseguire la vision del club, fondata su valori quali passione, territorio, identità. Incarna la narrazione del mondo Basket Rimini, alimentando divertimento, connessione, libertà, riprova sociale. Il palazzetto si trasforma così in un luogo che non è più soltanto un impianto sportivo, ma un’esperienza collettiva, culturale, emotiva, dove si costruisce una reale community. Famiglie, bambini, tifosi, sponsor, curiosi: insieme per condividere qualcosa di più di una semplice partita, grazie a una serie di iniziative di intrattenimento, coinvolgimento e fidelizzazione messe in campo dalla società.
Per farla breve: a Rimini essere lì la domenica alle 18 conta.
Non solo quando le cose vanno bene: il pubblico ha affollato l’impianto - 3.118 posti, 98,4% di riempimento medio quest'anno in regular season, il tasso più alto della A2 secondo i dati LNP - anche nei momenti difficili, come nei primi mesi della passata stagione. La stessa in cui è nato Effetto Flaminio, claim rimasto vivo nel tempo e che in due parole racconta bene cosa si vive quando la RBR gioca in casa.
Quest'anno ho potuto finalmente vivere di persona l'atmosfera del Flaminio in Gara 1 dei playoff di Serie A2, il sentitissimo derby contro Forlì, vinto da Rimini 75-69. È stato il suggello ideale, ma anche logico e naturale, della RBR Sporteam Academy, visto che dodici mesi fa la squadra era già stata eliminata e quindi io e gli altri partecipanti ci eravamo dovuti accontentare delle lezioni.
Assistere a una partita di pallacanestro al Flaminio è stata un'esperienza entusiasmante per una persona come me che “vive di basket” in ogni sua sfaccettatura. È stato bello confondersi tra i tifosi riminesi in un palazzo ribollente sì di tifo, ma anche pieno di famiglie e di gente di ogni età, perché in città è quello the place to be. La conferma, in piena coerenza, di ciò che ci è stato raccontato in aula.
Apro e immediatamente chiudo una parentesi: spero che gli assurdi fatti accaduti due giorni dopo a Rimini, in una via nella zona del Flaminio in occasione di Gara 2 (questo, su Google trovi tanti altri articoli su cosa è successo, e che è quanto di più lontano ci sia dallo sport, anzi, dalla civiltà) non possano intaccare né condizionare in alcun modo questa stupenda realtà. Non è giusto e non lo merita.
Tornando al progetto RBR, nulla di tutto ciò che ti ho illustrato e che ho appreso all’Academy avviene per caso. Alle spalle c’è una struttura che lavora senza sosta per creare contenuti, coinvolgere, ascoltare, immaginare. Il club ha messo su anche una divisione eventi, investe in comunicazione e social media, promuove iniziative solidali, organizza compleanni speciali ed eventi aziendali, propone format specifici alle imprese partner, sempre facendo leva sulla magia del Flaminio. Ogni azione è pensata non come un costo, ma come un investimento a lungo termine, per sviluppare una community partecipe e fedele.
Perché le società sportive, come le aziende, sono fatte di persone. E i sogni, per essere realizzati, vanno immaginati, condivisi e programmati. Il rapporto con partner e sponsor segue la stessa logica: ascolto, proposta personalizzata, pianificazione e attivazione. Ogni evento è una leva di comunicazione e marketing per avvicinare il pubblico, generare appartenenza, rafforzare l’identità e il legame con la città e creare valore attraverso le storie: tutto parte dal saper raccontare.
Non abbiamo parlato praticamente mai di basket giocato, non era certo il focus. Forse è proprio questo il bello: sono concetti e principi che puoi applicare in ogni ambito, non solo nel management sportivo, per raccontare la tua storia.
Un grazie sincero a Paolo Carasso, Simone Campanati, Michela Manfroni e a tutta la RBR per questa esperienza che senza dubbio mi sarà di nuovo utilissima nel mio percorso professionale e umano. È stato un privilegio ascoltarvi e respirare da vicino il vostro modo di intendere il basket e la comunicazione. Cioè le due cose che amo di più.
Il basket fa scuola
Nel precedente numero di Galis, ho scritto di alcuni cambiamenti profondi che stanno attraversando il mondo della pallacanestro. Ora voglio aggiungerne uno, forse più piccolo, ma non meno significativo, che riguarda l’Italia e il legame tra basket e scuola. Un rapporto che, storicamente, nel nostro paese è sempre stato debole, penalizzato da una cronica sottovalutazione dello sport all’interno del sistema scolastico. Forse il vento, finalmente, sta cambiando.
Negli ultimi anni hanno riscosso un notevole successo le School Cup, tornei di basket tra scuole superiori organizzati a livello provinciale e regionale, e in alcuni casi anche interprovinciale e interregionale. Il fenomeno è particolarmente diffuso nel Nord Italia, ma non è limitato a quell’area. Si tratta di competizioni che attirano pubblico, generano entusiasmo e coinvolgono interi istituti, al punto che le finali si disputano spesso in palazzetti dove abitualmente giocano squadre di massima serie, gremiti da studenti che tifano per i loro compagni di scuola.
Il torneo più evoluto e strutturato è la Reyer School Cup, sponsorizzata da Volksbank e nata nel 2014 da un’idea della società veneziana. Oggi coinvolge oltre 60 scuole in più di 20 città tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia. I numeri della competizione parlano da soli: 127 partite in 3 mesi e 50.000 studenti coinvolti, di cui 800 in campo e 400 nel cheerleading. Anche il commissario tecnico della Nazionale Gianmarco Pozzecco ha fatto visita ai ragazzi e Tommaso Marino l'ha raccontata in modo molto divertente in un video sul suo canale YouTube. Ti consiglio di guardarlo tutto.
Ma non è l’unico esempio virtuoso. C'è la Varese School Cup, che negli ultimi anni ha riempito il palasport di Masnago. Oppure la neonata Aquila Basket School Cup a Trento. E poi a ruota libera Cento School Cup, Modena School Cup, Milano School Cup, High School Canturnament nella provincia di Como (organizzato dalla Pallacanestro Cantù), Novara School Cup e, agli antipodi geografici, la Fortitudo School Cup di Agrigento, che ha fatto parlare di sé per partecipazione e atmosfera. Queste sono solo quelle di cui ho sentito parlare: sicuramente me ne sfuggono molte altre, a conferma del fatto che il movimento è in espansione.
Al di là dell’aspetto agonistico, che pure è notevole - partecipano ogni anno numerosi atleti tesserati e anche giocatori già in orbita Serie A come, per citarne giusto un paio, Matteo Librizzi di Varese alcuni anni fa e oggi Pietro Iannuzzi di Venezia - il vero valore di questi tornei sta nel coinvolgimento trasversale di tutta la high school.
In pieno spirito americano, ogni istituto si dà un’organizzazione che replica quella delle società sportive e si mobilita non solo per vincere sul parquet, ma anche per aggiudicarsi premi collaterali: miglior tifo, miglior team di cheerleader, miglior comunicazione e social, miglior organizzazione dell’evento-partita eccetera. È così che si crea una partecipazione capillare, diffusa, autentica. Perché le scuole sono ovunque: in ogni città, in ogni paese di una certa dimensione. E se riesci a valorizzare il basket nel contesto studentesco, può diventare qualcosa di veramente virale, in stile Indiana.
Trovo tutto ciò estremamente entusiasmante. Pensa cosa significa per un teenager scendere sul parquet di fronte a centinaia o migliaia di coetanei, tra cui i suoi compagni di classe, e rappresentare il proprio istituto. Un altro mondo rispetto alle partite delle giovanili dei club giocate di fronte a poche persone.
Poi, se ripenso a quando andavo a scuola io, poco più di un ventennio fa nella mia disastrata provincia, be' ti dico solo questo: a parte il fatto che una roba del genere non ce la potevamo nemmeno sognare, oltre a ciò non ho mai potuto giocare con la rappresentativa del mio liceo perché, praticando basket in una società (e come me tantissimi altri), ero tesserato FIP. Le squadre scolastiche erano composte da ragazzi che non giocavano a livello agonistico: ai tesserati non era permesso farne parte, per evitare - pensa te che mentalità! - che si creassero squilibri tra giocatori in campo… Anziché convocare i più bravi, preferivano abbassare il livello complessivo.
Oggi, per fortuna, si respira un’aria diversa. I tornei scolastici si stanno diffondendo a macchia d’olio e la speranza è che nascano sempre più realtà strutturate, sul modello di Venezia o Varese, anche in altre zone d'Italia. Se è vero che una delle lacune storiche della scuola italiana è stata quella di non dare il giusto spazio allo sport, questo è un segnale in controtendenza forte e chiaro. Proprio come il recente ripristino dei Giochi della Gioventù. Lo sport contribuisce a formare persone migliori e una società più sana. Fosse la volta buona che cambiano le cose?
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Off The Ball
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