Il ritorno di Biff
#47 – Basket, cultura, lifestyle: qui trovi il 47° presidente degli Stati Uniti, Federico Buffa e lo Shootaround
Ciao, Biff Tannen ha rubato di nuovo la DeLorean portandoci in un 2025 alternativo in cui, oltre a essere sempre un gran riccone, è pure tornato ad abitare nella Casa Bianca.
Io sono Francesco Mecucci e questa è Galis, la newsletter di Never Ending Season, il mio progetto editoriale con cui ti racconto il basket come cultura e stile di vita.
Nella scorsa uscita – se l'hai saltata, recuperala qui – ho parlato del rinnovamento dei palasport italiani, con un focus sul Derthona, sugli altri progetti all'orizzonte e sulla situazione di Milano.
Oggi caso vuole che il numero 47 di Galis coincida con il mese in cui è stato eletto il 47° presidente degli Stati Uniti. Che, per la seconda volta dopo il quadriennio 2016-2020 (o meglio 2017-2021, perché l'insediamento è sempre a fine gennaio), risponde al nome di Donald Trump. Cioè colui che avrebbe ispirato il personaggio di Biff, il villain di Ritorno al futuro, nello specifico quello decisamente malvagio del secondo capitolo della trilogia.
Non che Trump abbia molto a che fare con la pallacanestro, anzi. Però, ampliando il discorso come nello spirito di questa newsletter, qualche riflessione da fare ce l’ho. Per onestà, visto che vado a toccare l’argomento, è giusto anticiparti che, se fossi americano, non mi riconoscerei nell'elettorato di Donald Trump.
Ma in qualità di giornalista, devo – e voglio – fare dei ragionamenti obiettivi. Parlando in generale, le mie idee sono molto liberali e moderate, lontane da ogni estremismo, per quanto un atteggiamento di questo tipo sembra non avere particolare fortuna nella politica odierna, da qualsiasi parte lo si guardi.
Anyway, prima di impostare i tempo-circuiti e partire, alcune comunicazioni di servizio.
Lo scorso 13 novembre sono tornato, un po' a sorpresa – io non c'entro, è stata un'idea della casa editrice! – a presentare il mio volume Il parquet lucido. Storie di basket (Ultra Edizioni, 2020) e l'ho fatto a Viterbo in occasione dell'evento Lo scrittore, il libro, il lettore promosso dalla FUIS (Federazione Italiana Unitaria Scrittori). Ha condotto l'incontro Jean Luc Bertoni, curatore della rassegna, che ringrazio per l'opportunità e l'ottima chiacchierata. Il video del mio intervento è qui. Se vuoi acquistare il libro, dovessi fare un regalo di Natale, puoi ordinarlo qui.
Il 5 dicembre sarò invece a Roma, presso la libreria El Topo, per condurre la presentazione di Pick & Rock di Giuseppe Catani (Arcana Edizioni, 2020), un clamoroso viaggio attraverso il basket e la musica. Il posto è in Via delle Acacie 15/C, nel quartiere Centocelle, e si comincia alle ore 18.30. Se sei in zona, ti aspetto! Qualora ti interessi il libro, puoi comprarlo qui.
L’8 dicembre, giornata finale di Più Libri Più Liberi, la fiera nazionale della piccola e media editoria alla Nuvola di Fuksas a Roma, si terrà la presentazione dello straordinario libro Black Basket Castel Volturno (ContrastoBooks, 2024) del giornalista Simone Carolei, che ha documentato la realtà sportiva, sociale e umana del Tam Tam Basketball, la società fondata da Massimo Antonelli e composta da ragazzi di origine africana nati e cresciuti nella difficile realtà campana. È l’unico appuntamento di basket di tutto l’evento e inizia alle ore 11.00 in Sala Elettra. Salvo imprevisti, dovrei essere tra il pubblico.
Ultima cosa e poi iniziamo: ho avuto il piacere di essere intervistato da Enrico Campana, storico giornalista italiano di basket, per la sua newsletter BasketVISION, che viene inviata a un nutrito elenco di addetti ai lavori. Una bella occasione per parlare di Never Ending Season e non solo. Ti lascio qui il PDF con l'intervista completa.
Ora, pronti: andiamo nel 2025 alternativo!
Donald, il villain
Come avrai intuito, sono abbastanza un “nerd” di Ritorno al futuro, e penso che lo stesso valga per molti altri miei coetanei della generazione Millennial. La trilogia degli anni Ottanta, quella che ha per protagonisti Michael J. Fox alias Marty McFly – lo ritroviamo in un film di basket, la commediola fantasy Voglia di vincere (Teen Wolf), nei panni di Scott Howard, che nella versione italiana venne doppiato in Marty Howard per cavalcare l'onda del successo di Ritorno al futuro (ne parlo qui), usciti entrambi nel 1985 – e Christopher Lloyd nella parte di Emmett “Doc” Brown, lo stravagante scienziato dai “lunghi capelli d'argento” (cit.) che ha reso una DeLorean una macchina del tempo perché, «dovendo trasformare un'automobile in una macchina del tempo, perché non usare una bella automobile?»... Ok, ok, la smetto!
Dunque, già ai tempi della prima campagna elettorale di Trump era venuta fuori la leggenda metropolitana secondo cui gli sceneggiatori si sarebbero ispirati proprio a lui per creare il personaggio di Biff Tannen (interpretato da Thomas F. Wilson) nella sua versione di Ritorno al Futuro II, il miliardario dai gusti pacchiani, senza scrupoli e amante del lusso sfrenato, residente in cima a un grattacielo e circondato, nel 1985 alternativo, da una distopica Hill Valley in preda al crimine e al malaffare che lui stesso alimenta. Leggenda poi rivelatasi realtà, con la conferma dello stesso sceneggiatore Bob Gale, che ammise di aver avuto in mente proprio Donald, all'epoca poco più che quarantenne e lontanissimo da ogni velleità politica, per creare il Biff potente e in qualche modo “presidenziale” del secondo atto della storia.
Termino qui le divagazioni nerd-cinefile, passiamo al basket e all'attualità. La prima presidenza Trump, in fatto di rapporti con il mondo NBA, era stata tutt'altro che facile. La maggioranza dei giocatori è afroamericana e ha sempre visto in questo presidente repubblicano un difensore e propulsore di teorie suprematiste bianche e di politiche discriminatorie. Per farla breve, un razzista. Dal momento che oggi il potere dei giocatori è assoluto, la lega non ha potuto far altro che adeguarsi sulle posizioni dei suoi atleti. Il livello di dissenso è stato tale che la visita della squadra campione alla Casa Bianca, tradizione avviata nel 1963 da Kennedy, è stata disertata per tutti e quattro gli anni di Trump, per poi riprendere normalmente con Joe Biden. Ultimi i Boston Celtics, qualche giorno fa. I prossimi nel 2029? Chissà.
Quella decisione, tra l'altro, aveva innescato una serie di battibecchi a distanza tra Trump, Steph Curry e LeBron James, con quest'ultimo, già più volte protagonista di scambi di insulti reciproci con il presidente, che lo apostrofò in un post social come «You bum», che sta più o meno per “miserabile”, “disgraziato” o robe del genere, con accezione ovviamente negativa. Allo stesso modo, ricordiamo le frequenti critiche contro di lui, piuttosto accese, di due allenatori che godono di grande rispetto e stima come Gregg Popovich e Steve Kerr. Insomma, gelo totale.
Nel 2020, a far scoppiare la polveriera ci si erano messi sia la pandemia sia le veementi proteste contro il razzismo sistemico e le prevaricazioni della polizia, in seguito alla morte di George Floyd. Nell'anno del Covid-19, della “bolla NBA” e di tutto ciò che è successo, le varie situazioni hanno plasmato un ambiente che ha spinto Joe Biden verso una netta vittoria. In questo processo hanno avuto certamente un ruolo la grande mobilitazione degli afroamericani, le prese di posizione di molti atleti e l'attivismo portato avanti dalla stessa NBA, che mise a disposizione le arene come seggi elettorali. LeBron James, per promuovere il diritto di voto (negli USA non è automatico al compimento della maggiore età, ma se si è interessati bisogna prima registrarsi), fondò anche l'associazione More Than A Vote.
La presidenza Biden, nonostante un'economia tornata a volare e il positivo risultato delle elezioni di metà mandato, si è rivelata però un'esperienza effimera, non solo per l'età avanzata e i clamorosi svarioni pubblici del 46° presidente. Il 5 novembre, al di là delle previsioni dei sondaggi, i democratici non sono mai stati davvero in partita per scongiurare il ritorno a Washington del “grande nemico”, che intanto usciva pressoché indenne addirittura da un attentato e che ha finito per suscitare una maggiore fiducia e sicurezza da parte di un elettorato piuttosto eterogeneo, ottenendo un successo ben più largo di quello, inatteso, contro Hillary Clinton del 2016.
Le dinamiche elettorali di un paese immenso e complesso come gli Stati Uniti non si possono ridurre a ragionamenti superficiali, a chiacchiere da bar. Lascio il compito di raccontarle con cognizione di causa a chi già fa un prezioso lavoro di informazione qualitativa, come Francesco Costa de Il Post e altri validi giornalisti e comunicatori.
In ogni caso, negli ultimi tempi è emerso con evidenza un dato di fatto: a parte qualche moderatissimo endorsement per Harris come quelli di Steph con i suoi Warriors e di LeBron; a parte Caitlin Clark (che l'opinione comune immaginava “di destra” e che in realtà ha appoggiato… Taylor Swift); a parte le maglie da riscaldamento senza pretese delle squadre NBA con un freddo Vote; a parte l'ospitata di Steve Kerr alla convention democratica (invecchiato malissimo il suo gesto della buonanotte, preso in prestito dal “suo” Curry con l'auspicio di poterlo rivolgere presto a Donald Trump), in questa campagna gli atleti non hanno praticamente parlato di questioni politiche e sociali e hanno evitato di farsi coinvolgere sull’argomento.
L'esatto opposto del 2020, quando una moltitudine di cestisti – ricordi la “sfacchinata” di Jaylen Brown da Boston ad Atlanta per partecipare a una marcia di protesta? – e di stelle di altre discipline si erano accodate ai messaggi di un Black Lives Matter in subbuglio. Come se oggi, invece, ci fosse stata una certa rassegnazione al ritorno del tycoon, di fronte alla stanchezza di Joe Biden e di una Kamala Harris che, in tutta onestà, in tre mesi non avrebbe potuto fare di più. Kamala ha tentato la rimonta, però come spesso accade anche nello sport, le rimonte hanno un costo in termini di fatica e di tenuta, con il rischio di mancare il decisivo passo in più. E così è stato.
Allo stesso modo, sono state flebili pure le immediate reazioni alla vittoria di Trump, con LeBron che si è limitato a dedicare un post molto protettivo verso sua figlia Zhuri e Kerr che si è lasciato andare a un signorile sarcasmo. L'impressione è che quest’anno l’ambiente NBA, forse in attesa di tempi e circostanze migliori o forse perché cullatosi sugli allori, abbia fatto suo quello «Shut up and dribble» che tanto aveva combattuto in passato. Inoltre, abbiamo visto che gli endorsement non spostano realmente i voti: se non ce l’hanno fatta né la Swift né Barack Obama…
Esco un momento dal basket per farti notare un aspetto non di poco conto, a livello comunicativo. C'è stato un “personaggio” particolare, protagonista di un clamoroso passaggio al lato oscuro degno di Star Wars, tanto per parlare di "nerdate" cinematografiche. Sto parlando di Twitter, su cui Obama aveva costruito la sua storia di successo nel 2008 e nel 2012, quando il suo team preparava persino i discorsi presidenziali in brevi frasi di non oltre 140 caratteri per poter poi essere scomposti e twittati. In seguito, Twitter si era posto come baluardo della democrazia, bannando il profilo di Donald Trump, carico di messaggi di intolleranza. Ed è poco più avanti che cambia la storia, con il “cavaliere oscuro” Elon Musk che acquista il social, lo rende più lugubre e nero trasformandolo in X e tira la volata a Trump, arrivando a sedere al suo fianco come influentissimo consigliere, ora con un ruolo nella nuova amministrazione. E con X diventato la cassa di risonanza della destra americana MAGA (acronimo dello slogan Make America Great Again).
Chiusa parentesi, torniamo al basket. A proposito di Obama, gli Stati Uniti in meno di vent'anni sono passati dal presidente che più di ogni altro amava la pallacanestro (e tra i più sportivi di sempre), a uno che invece è l'esatto opposto, preferisce la NFL (e ci può pure stare) e il wrestling (qui decisamente no, perché non è sport) e disprezza, ricambiato, la NBA, che considera come avversario politico in quanto secondo lui arroccata su posizioni progressiste e woke. Anche se su questo aspetto, tutti i torti Donald non li ha.
Le fonti più autorevoli in tema di America concordano nel sostenere che la piaga principale che frena oggi l'elettorato che si riconosce nei valori democratici, liberali e progressisti è l'estrema polarizzazione e contestualmente l'onnipresente eccesso di politically correct, il quale avrebbe alimentato la cosiddetta ideologia woke. Che, per quanto sia mossa da condivisibili ideali di uguaglianza e inclusione (il razzismo sistemico negli States esiste, c'è poco da girarci intorno), anche per essa vale, come in tutte le cose, il proverbio "il troppo stroppia".
L'eccessiva attenzione e puntigliosità verso gli aspetti più esteriori e superficiali del progressismo, del multiculturalismo, del femminismo, dei diritti civili, ha generato un atteggiamento aggressivo, prevaricatore e persino di esclusività e ostilità verso chi non la pensa nello stesso modo pur facendo parte del medesimo elettorato, snaturando i valori contenuti nei messaggi che i “paladini” dell’uguaglianza vorrebbero portare avanti. In sintesi: chi non la pensa come noi, giri al largo. Sembra che negli USA, specialmente in stati come la California, questo rappresenti un problema serio, che avrebbe allontanato molti elettori, pur non di destra, ma che preferiscono una maggior attenzione verso temi più concreti e che interessano la vita di tutti i giorni di ampie fasce di popolazione.
Su questo argomento ci sarebbe da riflettere molto a più a lungo e questa non è certo la sede. Restando a noi, mi limito a sottolineare che la NBA, pur non essendo un'organizzazione politica, negli ultimi anni ha finito per risentire di questo clima e di prestare il fianco all'eccesso di politically correct e a un perbenismo di facciata. Tanto che, per dirne una, ha fatto notizia la recente dichiarazione del coach dei Boston Celtics, Joe Mazzulla, secondo cui auspica addirittura un ritorno delle risse tra giocatori, verso le quali la lega adotta da parecchio tempo una tolleranza zero per non far trasparire un’immagine negativa.
La mia opinione: per quanto mi trovi pienamente d’accordo sul ridurre le derive “estremiste” del politicamente corretto e le ipocrisie attraverso cui il marketing NBA filtra ogni cosa (tipo la serie Starting 5 su Netflix), non è che adesso bisogna diventare per forza degli intolleranti e dei maleducati per fare un favore alla gente o per piacere al presidente…
Come saranno i prossimi rapporti tra la NBA e la Casa Bianca? Non saprei dire se ci sarà o meno la visita ufficiale della squadra campione, ma questo forse è il male minore. Penso che le relazioni torneranno a essere freddine e che ogni parola pronunciata dall'una o dall'altra parte riprenderà a essere motivo di scontro. Eppure, non è detto. Magari Trump potrebbe persino avvicinarsi alla NBA, facendo proseliti verso tutti quelli che desiderano un atteggiamento meno "ortodosso" e un ritorno della lega a qualcosa di più sanguigno e non di sola apparenza.
Certo, però, che se ti vai a riascoltare l’evitabile e parecchio triste battuta tirata fuori durante un comizio a Milwaukee, in cui ha detto, riferendosi all'aspetto di Giannis Antetokounmpo:
Avete un team molto forte e direi che il greco è davvero un gran giocatore, siete d'accordo? E ditemi, chi è più greco tra me e lui? Io o il greco? Penso che siamo più o meno uguali, vero?
allora forse più di un dubbio sul fatto che Trump e la NBA possano andare d’accordo, ti viene, eccome. Bentornato, Biff.
Buffa racconta Kobe (!)
Il prossimo 26 gennaio ricorreranno i cinque anni della scomparsa di Kobe Bryant e pochi giorni dopo debutterà a teatro in Emilia-Romagna il nuovo spettacolo di Federico Buffa dedicato alla leggenda dei Lakers. Hai letto bene! Uno dei narratori più amati dello sport italiano torna dopo diversi anni alla sua prima passione: il basket.
Il titolo è Otto Infinito. Vita e morte di un Mamba. Un viaggio in cui Buffa, attraverso la storia di Kobe, parlerà di perseveranza, fallimento e riscatto, mostrandoci come ogni persona possa aspirare a lasciare un segno. Un omaggio a un campione che vuole essere anche una riflessione sui valori universali, alla ricerca di un significato che va oltre il successo sportivo.
Regista dello spettacolo, prodotto da Imarts con il contributo della Regione Emilia-Romagna e Sport Valley Emilia-Romagna, è Elisabetta Marelli, mentre la scenografia immersiva, le musiche di Alessandro Nidi (pianoforte), accompagnato sul palco da Sebastiano Nidi (percussioni) e Filippo Nidi (trombone) e una selezione di evocative immagini renderanno il tutto un'esperienza visiva e sonora emozionante e coinvolgente.
L'anteprima nazionale è in programma lunedì 3 febbraio al Teatro Valli di Reggio Emilia, città dove Kobe Bryant trascorse due significativi anni della sua vita, al seguito del padre Joe giocatore della Pallacanestro Reggiana e anche lui scomparso pochi mesi fa. Successivamente sono previste quattro date al Teatro Duse di Bologna (10 febbraio, 17 marzo, 7 aprile, 16 maggio). I biglietti sono in vendita sulla piattaforma Vivaticket.
Lo stesso Buffa, in un'intervista a Francesco Moroni de Il Resto del Carlino, ha fornito alcune anticipazioni sul progetto, che è nato da sei date sperimentali tenutesi in provincia di Parma, solo con pianoforte e voce. Inizialmente voleva realizzare lo spettacolo nei palasport, anche per avvicinare un pubblico più giovane, ma è risultato complicato, soprattutto per l'impossibilità di utilizzare le immagini di Kobe Bryant, che sono sotto copyright NBA.
Shootaround – Consigli di lettura, ascolto, visione, condivisione
Cominciamo da un viaggio: a inizio novembre Riccardo Pratesi de La Gazzetta dello Sport e Davide Fumagalli di Eurosport sono andati negli Stati Uniti, tra Boston e New York, per seguire NBA e NCAA.
Qui Fumagalli racconta l'esperienza di una partita NCAA a St. John's, nel Queens.
E qui Pratesi è stato a casa di Cooper Flagg, nel Maine, alle radici della probabile futura stella NBA.
È l'anno di Vince Carter: introduzione nella Hall of Fame, maglia numero 15 ritirata dai Raptors, persino un aereo e la divisa City Edition a lui dedicati. Questo è il tributo di Maria Barone su Never Ending Season.
Qui invece la mia ormai tradizionale Top 10 delle City Edition 2024-2025!
C'è pure Claudio Pavesi che come ogni anno le analizza tutte e 30 nel podcast DNPCD di Backdoor Podcast: ascolta l’episodio.
A proposito, i Dallas Mavericks hanno presentato la loro City Edition così.
Ho buttato giù anche una guida completa alla NBA Cup, con tutti i parquet speciali.
E sempre sul mio blog ho recensito L'uomo che raccontava il basket di Sergio Tavčar: ottimo per conoscere la realtà dell'ex Jugoslavia e lo stile di un giornalista controcorrente.
Massimo Marianella di Sky Sport ci fa scoprire il grande murale di Kyle Holbrook a Miami dedicato agli Heat.
Qui l'intervista video di The Ringer al grande fotografo NBA Nathaniel S. Butler. (in inglese)
Perché Starting 5, la serie Netflix sulla NBA, non è Drive to Survive: lo spiega Marco D'Ottavi su L'Ultimo Uomo. Spoiler: poco basket, troppa (e ben filtrata) vita privata (di lusso).
Di nuovo su L'Ultimo Uomo, Daniele V. Morrone racconta perché Joe Mazzulla, coach dei Boston Celtics, è così speciale.
Ancora su L'Ultimo Uomo, Dario Vismara analizza con equilibrio la situazione di Bronny James, tra nepotismo e aspettative: leggi l’articolo.
Intanto De'Aaron Fox dei Sacramento Kings ha una nuova signature shoe firmata Curry Brand: te la descrive Jacob DeLawrence su Andscape. (in inglese)
Mentre i Brooklyn Nets hanno realizzato un documentario sulla loro star di quest'anno, Cam Thomas.
Ha compiuto 70 anni Larry Wright, l'uomo che portò Roma sul tetto d'Europa: così Diego Mariottini per Contrasti.
La storia di Grant Basile, il nuovo naturalizzato azzurro: la ripercorre Cesare Milanti sul sito FIP.
Qui trovi l'annuale International Basketball Migration Report della FIBA. (in inglese)
Le forti critiche al basket femminile italiano di Michele Spiezia su Storiesport e di Umberto De Santis su Pianeta Basket.
Il sorprendente Gianmarco Tamberi ospite di Francesca Fagnani a Belve, dove ha parlato (bene) anche di basket: guardalo su RaiPlay.
L’ascesa di Macron, azienda italiana di abbigliamento sportivo, nello sport mondiale: la racconta Francesco Paolo Giordano di Rivista Undici.
Una puntata monografica di BasketBooks, la numero 69, dedicata a La morte è certa, la vita no di Michele Pettene, il libro sulla storia sportiva e umana di Klaudio Ndoja.
Per celebrare i suoi 15 anni, 66thand2nd ripubblica nella nuova versione Icons le opere appunto più iconiche della collana Vite inattese: è uscito Michael Jordan, la vita di Roland Lazenby, l'imponente libro biografico sul leggendario numero 23 dei Chicago Bulls che la stessa 66thand2nd aveva tradotto in italiano nel 2015. Acquistalo qui.
Questa non è una serata disco con Gigi D'Agostino, ma l'accoglienza dei fan dei Golden State Warriors a Klay Thompson, tornato a San Francisco da avversario con Dallas: tutti con il cappello da capitano, in omaggio alla sua passione per le barche.
Non puoi perderti Francesco Totti che gioca a basket (o almeno ci prova).
Se infine vuoi divertirti, a Milano sui Navigli c'è un locale che propone drink con i nomi dei giocatori NBA anni '90: ci porta lì Martina Di Iorio di CiboToday.
Un attimo, prima di andare
Hai appena letto il numero 47 di Galis, la newsletter di Never Ending Season in cui racconto il basket come cultura e stile di vita.
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È tutto, ciao e buon Natale! Per il buon anno, appuntamento al 31 dicembre con Galis #48, che sarà speciale. A presto!





